Scrivo, parlo e ragiono da donna. Come ho sempre fatto, perché lo sono. E da donna mi indigna quello che è successo stamattina a Milano davanti al teatro Ciak. In realtà non si sa molto sulla dinamica dell’accaduto, ci sono due versioni. La prima: Daniela Santanchè stava protestando contro l’uso del burqua ed è stata aggredita, colpita da un uomo con un braccio ingessato e gettata a terra. La seconda: il leader del Movimento per l’Italia ha, durante la festa di fine Ramadan, strappato il velo alle donne presenti e s’è buttata a terra. La verità è un punto di vista tra tanti punti di vista, diceva Nietzsche. Non è quello che mi preme.

SANTA 180x1401 Daniela Santanchè tra velo e cazzotti...

Daniela Santanchè si era recata al teatro Ciak per manifestare contro il velo islamico, chiedendo il rispetto della legge 152/75 (quella, per intenderci, che vieta di andare in giro a volto coperto per ragioni di pubblica sicurezza). Ora, a parte il fatto che la stessa legge vieta anche manifestazioni fasciste, razziste, violente, paramilitari eccetera-eccetera-amen e potremmo aprire una parentesi infinita (su di lei che rivendica l’orgoglio d’esser fascista c’è tanto di video su youtube che spero di dimenticare presto e le ronde nere che fanno il saluto delle SS a Roma è notizia di pochi giorni fa)…

Ciò che mi indigna, come donna, è il vittimismo che sconfina nel populismo e la marea di messaggi di solidarietà “le donne non si toccano neanche con un fiore”. Giusto, giustissimo. Ma le donne mordono anche, e graffiano! E non erano donne anche quelle che, con addosso un burqua, festeggiavano la fine del digiuno in nome di Allah? Non voglio giustificare i due schiaffi che s’è presa la Santanchè, ci mancherebbe. Non voglio assolutamente dire che chi glieli ha dati abbia fatto bene. Senza contare che mi sta molto simpatica. Non voglio dire che se la sia cercata: l’espressione non è delle migliori. Però è da ammettere che sia stato un gesto provocatorio il suo, conscio probabilmente delle conseguenze alle quali andava incontro (le quali, tra l’altro, mi auguro non siano motivo per tappezzare televisione e giornali fino all’inverosimile, a fronte dell’omicidio di Sanaa che non mi sembra paragonabile a quanto accaduto oggi, signor Ministro degli Esteri).

Quella della Santanchè è, a mio avviso, una battaglia sbagliata nella forma. L’amore sconfinato che ho per la Libertà mi porta spesso ad accettare le scelte illiberali (ai miei occhi) degli altri. Ciò che va combattuto non è il velo, il burqua, lo chador o il niqab in sé. Altrimenti dovremmo combattere anche il velo delle suore e il fazzoletto nero che la mia bisnonna portava sempre quando andava a lavorare il campo di patate o alla messa. Ciò che va combattuto, semmai, è l’imposizione, l’obbligo di quel velo. La mancanza di libero arbitrio che si riscontra solo in una parte dell’Islam, quella estremista. Su quello, semmai potremmo sindacare. Aprire un dibattito, parlare. (Senza tirare in ballo paragoni internazionali, però: perché è vero che la Francia vieta l’uso del velo islamico, ma vieta anche lo sfoggio di qualsiasi simbolo religioso, croci cristiane incluse).

 

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