• da Corriere della Sera del 25 settembre 2009, pag. 17
Emma Bonino, radicale e vicepresidente del Senato, contraria alle quote femminili da sempre: servirà questa sentenza a favore delle donne?
«Se servisse a smuovere le acque, magari. Ma non credo. La si butterà in politica».
In che senso?
«La questione delle donne tornerà nell’assordante silenzio in cui è stata finora».
Dopo tante critiche al Pdl sulle donne, questa volta è il centrosinistra a dimenticarle.
«Destra e sinistra, basta guardare altre giunte come quella di Ascoli Piceno che non ha neppure una donna. Con l’eccezione dei radicali che sono quasi un matriarcato, la situazione delle donne in Italia è patetica. Ci sono situazioni più volgari e altre meno, certo, ma il risultato è deprimente».
Sicura che le quote non servano?
«Non siamo in Afghanistan ma in Italia».
Florido deve pensarla così, visto che se ne è scordato.
«Non scherziamo. Le regole vanno rispettate: o si cambiano o si rispettano. E finché ci sono, facesse il favore di non considerarle un optional. Resto contraria alle quote perché non mi piace il tipo di società che prefigurano: tot donne, tot immigrati gialli, tot immigrate nere… No».
Le donne sono vittime incolpevoli?
«Ma la mia più grande frustrazione è che le donne non reagiscono. Io direi: proteggetemi di meno ma rispettatemi di più. E il rispetto uno/a se lo prende. L’unico movimento di protesta, non organizzato, anzi forse inconscio, è che le donne hanno smesso di fare figli, quasi dicessero: abbiamo già troppo da fare. Risultato: non lavorano e non fanno figli. Perché? Si curano dei vecchi e, nel caso abbiano un figlio, di lui, perché in assenza di un welfare efficiente lo devono sostituire. Poi, se avanza tempo, lavorano. Non succede in nessun altro Paese europeo».
E non si lamentano.
«Qualche mugugno, ma poi mi trovo da sola. Come sull’equiparazione dell’età pensionabile, che alla fine ha fatto Brunetta».
Perché le donne devono lavorare di più?
«Intanto perché è un obbligo europeo, e almeno non dobbiamo pagare la multa. Poi perché l’idea di conservare l’esistente è patetica e con la logica del benaltrismo, del “ah, ci vorrebbe ben altro”, si finisce per non far nulla. E infine perché i soldi risparmiati andranno a un fondo ad hoc».
Eh già, non siamo a Kabul… Non è una questione di numero, di quote riservate, ma di qualità, di capacità, di merito. Come ha scritto sul mio blog la nostra autrice Claudia Osmetti: ” Da donna, le quote rosa sono una cazzata. Le femministe, non quelle italiane, si battevano qualche annetto fa per la parità, non per la supremazia della donna. Ora, misoginia a parte… Riservare una quota del Parlamento nazionale e degli altri organi istituzionali alle gonnelle è stupido quanto controproducente. Una donna può, e deve, arrivare un politica se ne ha le capacità, esattamente come un uomo. Altrimenti ci troviamo le poltrone occupate da tutte quelle Mare e Mariastelle che a parte un bel visino non han niente da offrire e son manovrate dai colleghi uomini. VIVA LE DONNE”.
Per fortuna anche in politica ci sono donne come Emma, come le tante amiche e compagne liberali, libertarie, radicali, sparse per l’Italia. Per queste donne non servono quote rosa: basta una di loro per ottenere più di quanto possano ottenere cento di quelle che pretendono tutele e privilegi, o di quelle diventate ministro solo per un bel culo, o per motivi di parentele illustri o di equilibri di lobby e di potere .
Noi non le vogliamo le quote rosa, meglio
poche ma buone .
“Per fare un’Emma ci vogliono
Cento Mare e Cento Mariastella”
di Liberlex per Radicalweb ( si ringrazia per la “citazione” -servita come splendido assist- l’amica Claudia Osmetti)





