di Luigi Corvaglia

L’unico ammesso al suo cospetto è Gianni Minà, noto intervistatore di caudillos latinoamericani, in rappresentanza del progressismo italiota, quello che si distingue per l’utilizzo dei due pesi e delle due misure. Probabilmente a causa dell’idiota motto per cui “il nemico del mio nemico è mio amico”, a Hugo Chavez, leader “socialista” del Venezuela e baluardo della resistenza al potere imperiale americano, si sono riservate banderuole rosse e striscioni di “bienvenido”, invece delle pernacchie propriamente indirizzate dagli stessi difensori della libertà e della democrazie a Muammar Gheddafi. Lui, appena rientrato dalla amichevolissima visita al collega dittatore iraniano,  fa il giogione, confessa l’amore virtuale per la Lollo e attua la trita “captatio” dell’ “ho l’Italia nel cuore”. Sembra simpatico. Ma lo era anche Stalin, si dice. E’ anche un grande amante, come si conviene a tutti gli “uomini forti”, da Benito a Silvio. Su quest’ultimo aspetto fa fede la dichiarazione della  Campbell, che ce lo descrisse “come un toro” dopo che lui aveva masticato foglie di coca.

Il fatto è che l’ organizzazione non governativa Human Rights Now ( www.hrw.org ) , i cui Ipse dixit vengono citati quasi fossero mantra dagli stra-catto-post-luogo-comunisti italioti ogni qualvolta l’oggetto di critica siano i nostri nemici biechi e occidentali, afferma: «La discriminazione politica è al centro della presidenza Chavez in Venezuela… Chavez disprezza la libertà e l’indipendenza della magistratura… ha violato, e lasciato violare ai suoi collaboratori, la libertà di stampa e di espressione, la libertà di associazione e sindacale, la libertà di opinione della società civile… Chavez calpesta le garanzie e i diritti fondamentali della democrazia». Lasciamo quindi ai nuovi improbabili compagni di merende Oliver Stone e Gianni Minà il gioco di trovare le differenze fra il despota bonapartista sudamericano e il piccolo Cesare bonapartista di Arcore. Differenze fra la D’addario con Naomi Campbell a parte.

 

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