Alexander Sutherland Neil era un pedagogista scozzese, spesso dimenticato, comunque quasi mai citato, fiero rappresentante di una professione che nel nostro paese viene vista un po’ per celia un po’ per non morire come mera filosofia astratta. Il che è già abbastanza degradante, se pensiamo che si tratta dello stesso Paese che ha dato i natali a Maria Montessori, osannata all’estero e da noi completamente trascurata dopo l’abbandono delle mille lire (e pensare che a suo modo fu una femminista ante tempus, una di quelle signore d’altri tempi che senza berciare o piagnucolare ha fatto davvero tanto per la condizione femminile italiana: fu la prima donna a diventare medico, scusa se è poco!).

Alexander Sutherland Neil aveva una concezione rivoluzionaria della scuola. Una concezione antipedagogica e anticonformista, libera e affascinante. Né istruire né educare: solo assicurare la Libertà che è autodisciplina. Un assioma tanto semplice e tanto seducente da non aver mai trovato riscontro pratico.

E basta dare uno sguardo alla scuola italiana…  C’è da mettersi le mani nei capelli. Riforme, tagli, maestri unici, tempi pieni e tempi vuoti, ore di religione e intromissioni clericali, burocrazia e formalismo. Un artificiosismo unicamente funzionale all’assetto amministrativo che ha portato il ministro Gelmini, oggi, ad accostare la figura del dirigente scolastico a quello del giudice: non è ammissibile che ci siano insegnanti e dirigenti scolastici che non applicano i provvedimenti della scuola come non è ammissibile che non venga applicata la legge sulla clandestinità. Un volo pindarico da un argomento all’altro che sinceramente non riesco a seguire, ma tantè. Prosegue: puntiamo a mettere un tetto del 30% di studenti stranieri nelle classi per favorire l’integrazione. Chissà cosa ne pensa Bossi, che di classi ne voleva due e ben separate.

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Ora, mi rendo conto che la Libertà che è autodisciplina e non licenza di far quel che si vuole dura fatica. Per cui mi rendo anche conto che una non-scuola come quella che aveva in mente Neil non è proponibile. Oggi, in Italia. Servono soluzioni concrete per problemi, ahimè, fin troppo concreti. Ma creare allarmismo psicologico non credo sia d’aiuto.

Anzitutto, il maestro non è e non deve essere un giudice. L’insegnante non dà giudizi inappellabili e la sua autorità non è indiscussa. Si cresce, si apprende, con il dialogo e il confronto. Quindi accostare queste due figure è controproducente nonché uno stupido errore che si sarebbe potuto evitare semplicemente aprendo un qualsiasi manuale di pedagogia.

Inoltre: il problema delle “quote per stranieri” è che si comporterebbero come tutte le altre quote presenti nel sistema istituzionale italiano, cioè non servirebbero a niente. Queste poi, nello specifico, sono anche lesive del diritto allo studio di cui all’articolo 34 della Costituzione: La scuola è aperta a tutti. Io credo che sia giusto promuovere la cultura italiana in Italia. Un’istruzione che tenga conto di Dante e di Enrico Fermi, di Garibaldi e di Rossini. La scuola francese farà lo stesso con Voltaire e Napoleone, e quella inglese con Shakespeare, Locke e Cromwell. Non è questo il punto.

Il punto è la discriminazione e il vittimismo al rovescio: a Roma in una scuola elementare ci sono solo una manciata di studenti italiani. Quella paura di perdere un’identità che in realtà abbiamo perso da tantissimo tempo, da prima che proliferassero le scuole straniere e quelle islamiche (perché, occhi negli occhi signori, son queste che ci mandan nel panico). Ma la soluzione potrebbe essere più semplice di quel che si pensa: basterebbe far leva sulla legalità dei programmi ministeriali, sulla loro insindacabilità. Dopo di che se a seguirli sono ragazzi che si chiamano Abdul o Kevin o Mohamed o Marco, Luca, Maria o Andrea, chi se ne frega! Sbaglio?

Questa terribile scuola, era il titolo del saggio di Neil.

 

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