A parte qualche piccola ANSA, da noi non se ne parla, indaffarati come siamo tra il pupazzo del Grande Fratello, la gravidanza della Gelmini e il business delle uova per l’influenza A. Quindi, “diamo spazio al TG1”…
Sembrerebbe che il presidente velezuelano Hugo Chavez abbia minacciato la Colombia, rea di aver deciso che sul suo territorio gli Stati Uniti d’America possano istallare delle basi militari per coordinare operazioni antidroga e antiterrorismo. (Invio di altri militari all’estero che cozza un po’ con il recente Nobel per la Pace ad Obama, ma sorvoliamo). La minaccia di Chavez non è una quisquilla, tra l’altro: “Non perdiamo tempo, prepariamoci alla guerra, anzi aiutiamo la gente a prepararsi alla guerra. È il modo migliore per evitarla!”. Come dire: per evitare di perdere una gamba, amputiamoci direttamente prima di assicurarci che sia malata.
La Colombia è corsa ai ripari, comunque. Il governo di Alvaro Uribe avverte che si recherà al Consiglio di Sicurezza dell’ONU (e ora sì che non abbiamo di che preoccuparci). Velasquez, portavoce del governo di Bogotà ha dichiarato: “La Colombia non farà un solo gesto di guerra nei confronti della comunità internazionale, e men che mai di paesi fratelli. L’unico interesse che ci muove è quello di battere il narcoterrorismo che per tanti anni ha colpito i colombiani”. “Uribe non è un politico, viene dal mondo del paramilitarismo, del narcotraffico, degli affari ed è capace di qualunque cosa. È un uomo molto pericoloso che non ha né principi morali né etici”, ha subito contrattattaccato Chavez, che a settembre, giusto per star tranquillo, aveva acquistato dalla Russia missili con una gittata di 300 chilometri.
Insomma, l’atmosfera che si respira oggi in SudAmerica non è delle migliori, ha quel retrogusto di guerra fredda che ricorda un po’ troppo la crisi missilistica di Cuba del 1962 e un po’ troppo poco (per quelli che credono in Chavez) la Rivoluzione d’autunno del 1917.
Al di là della lotta all’imperialismo che può essere più o meno condivisa e forse giustificata (e certo c’è chi lo fa), le mosse del Venezuela non sono in alcun modo appoggiabili. La reazione sembra, sinceramente, sproporzionata (senza contare che viola il principio cardine del diritto internazionale, cioè la sovranità nazionale entro i confini dello Stato). Il leader venezuelano ha escluso, infatti, la possibilità di riaprire un dialogo con la Colombia e quella di accettare una mediazione esterna (cioè del Brasile di Lula).
Vero è che nelle zone attigue al confine Venezuela-Colombia son stati scoperti importanti giacimenti di Coltran, probabilmente di petrolio e forse di uranio che forse allo zio Sam interessan un po’ di più della cocaina colombiana… Ma la guerra preventiva sulla presunzione di un dato che si dà per assodato dovrebbe ricordare qualcosina, e comunque non giustifica in alcun modo l’utilizzo di guerriglia come quella marxista della Fuerzas Bolivarianas de Liberación che ha il fastidioso vizietto, tra l’altro, della “purificazione sociale”. Senza contare che 8 venezuelani su 10 rifiutano la possibilità di un conflitto armato con la Colombia e il 60% è in disaccordo con le dichiarazioni di Chavez.
Forse l’ONU dovrebbe attivarsi, per una volta, prima che la frittata internazionale sia fatta, prima che una guerra porti al diastro due paesi già abbastanza disastrati sul piano economico. Forse l’ONU dovrenne mostrare, almeno una volta, il coraggio di porsi a difesa del diritto della Colombia a vendersi a chi vuole. Che ora, dal mio radicato libertarismo, mi sembra una delle più sublimi Libertà.
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