Che la richiesta di fiducia sia cosa lecita, non si discute. E uno sguardo alle precedenti legislature – le quali non sono state certo parsimoniose, ancor più perché lo scarto numerico tra maggioranza e opposizione era decisamente minore – evidenzia questo dato, giustificando (ma non ce n’è alcun bisogno) de iure e forsanche un po’ de facto il ricorso a questo strumento. Ciò non significa, però, che sia eticamente corretto abusarne, porre la questione di fiducia anche sulla scelta del colore della carta igienica di Montecitorio.
La Finanziaria è affare importante e delicato, anche perché i tempi ridotti impongono ritmi piuttosto serrati. In quest’ottica la scelta della maggioranza è motivabile con il voler ripararsi da eventuali opposizioni ad oltranza (e penso, ancora una volta, ai dipietristi). Quello che però rende «deprecabile» la faccenda è l’impossibilità di discutere gli emendamenti che ne consegue, l’impossibilità, quindi, di rendere partecipe l’opposizione di una discussione così rilevante. Tanto il timore di essere tagliati fuori che era stata avanzata la proposta di diminuire il numero di emendamenti, pur di evitare la fiducia. E non era certo un’apertura di poco conto. Sembra, è vero, la richiesta disperata di un bambino estromesso dai giochi. Ma forse è, molto più semplicemente, una prova di maturità democratica. Ad ogni modo, la maggioranza (che lamenta la scarsa partecipazione dell’opposizione ai lavori della Camera) avrebbe potuto e dovuto cogliere al balzo questa inaspettata opportunità. E invece, senza neanche valutare l’inesistenza di apparenti resistenze, ha posto la questione di fiducia. E’ a questo punto che Fini s’indigna e si sente, in qualità di Presidente della Camera, in dovere di dare un giudizio di valore, di dire con forza che è «deprecabile» l’impiego continuativo di uno strumento che dovrebbe essere utilizzato in caso di effettiva necessità.
Dall’altra parte (che è poi la stessa parte) c’è chi s’indigna per un giudizio di valore che – stando a quanto dice Il Giornale – non gli spetterebbe, acuendo la già forte spaccatura all’interno del Pdl ed emarginando ulteriormente il politico bolognese. In questa bagarre è facile strumentalizzare qualsiasi cosa. Ma troppo spesso si dimentica l’effettività delle vicende, la legittimità della posizioni. Per questo mi sorgono due domande. Chi, se non il Presidente della Camera dei deputati, dovrebbe presiedere al corretto procedimento dei lavori? Chi, se non lui, dovrebbe tutelare la democraticità, anche se questo significa esprimere giudizi di valore sull’operato della Camera?
Queste sono domande che né Feltri né certa stampa berlusconiana si sono posti. E a cui, tanto meno, hanno provato a rispondere. Si è preferito (si preferisce e si preferirà) di gran lunga parlare di «schiaffone al Cavaliere ferito», di atteggiamento irrispettoso nei confronti del Pdl. Naturalmente la preferenzialità di certi titoli è lungimirante, pragmatica, acuta. Del resto essi sono estremamente funzionali alla delegittimazione di Fini e del suo operato troppo neutralista, troppo super partes, troppo comunista.
Ciò che fa sorridere di più, al di là dei parzialissimi deliri feltriani, è il fatto che non si possano, in questi giorni, muovere critiche al governo senza ferire nuovamente (quasi fisicamente!) Silvio Berlusconi. Così immagino che se Feltri leggesse questo mio intervento, probabilmente, titolerebbe sul Giornale: «L’odio dei bloggers ferisce ancora il Cavaliere».
di Roberto Sassi, l’originale qui
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