BERLU 07 672 458 resize Gli effetti di una politica malsana
La sequenza che mostra Silvio Berlusconi col volto insanguinato non dà certo lustro alla nostra democrazia, non è certo annoverabile tra i bei momenti della nostra Repubblica: è forse l’acme di un processo lungo e vergognoso in cui il nostro paese ha perso credibilità fuori e dentro i confini nazionali. Essa sarà vista dal mondo mondializzato, dal globo globalizzato. Comparirà prima, dopo e durante le future campagne elettorali; comparirà prontamente alle prime flessioni del Pdl, ridando un po’ di respiro e di consensi. Sarà uno spettro capace di mostrarsi al momento opportuno per spaventare gli elettori e sbattergli in faccia il pericolo di una deriva comunista e terroristica.

Si manifesta, dunque, in tutta la sua madornalità il peccato della sinistra italiana. L’errore gravissimo dell’opposizione – in particolare quella dipietrista – sta nell’aver esasperato il conflitto, alzando costantemente i toni – talvolta quasi incitando allo scontro di piazza – alla ricerca di voti antiberlusconiani, considerando lecito e necessario colorire il linguaggio politico d’espressioni guerresche. Senza considerare le conseguenze elettorali di una possibile azione violenta, Antonio Di Pietro ha portato avanti (e non l’ha interrotta neanche mentre i tg trasmettevano il video dell’aggressione) una campagna improntata sulla contrapposizione giustizialista al premier. Una strategia che se da un lato aveva portato i suoi frutti con l’ottimo risultato alle europee – danneggiando il Partito Democratico – , dall’altro ha finito con l’isolare l’Idv, rendendolo assolutamente funzionale alla politica piddiellina: un autentico suicidio politico.

Il costo (in termini strettamente fisici) l’ha pagato il Presidente del Consiglio, che non sarà simpatico e non sarà il più grande capo di governo degli ultimi centocinquant’anni, ma che non deve diventare bersaglio di alcuna violenza fisica. Non deve perché siamo in Italia e non in Somalia e perché lo scontro politico non si può permettere di degenerare in guerriglia. Non deve se si riconosce la nonviolenza come una strada importante, una pratica ineliminabile nella rincorsa alla democrazia. Per questo i commenti esultanti di certuni sinistrorsi paiono ancor più stonati, in totale dissonanza con le precedenti prediche quotidiane di pace. Per questo va ribadita con forza l’idea della regola che vale per tutti, anche per Silvio Berlusconi.

Mentre faccio queste considerazioni, a poche ore dal fatto, già sembrano delinearsi due nuove schieramenti: quelli che considerano Massimo Tartaglia un eroe italiano paladino della giustizia e della libertà (quale non si sa), e quelli che lo considereranno un terrorista. Le ritengo farneticazioni ingiudicabili e strumentali. Come sempre accade la verità non si fa prendere convintamente da nessuno, tanto meno da chi fa politica da bar. Nella valutazione dell’accaduto occorrono cautela e lucidità, affinché non si faccia di un uomo con attestati problemi psichici un nuovo Ali Agca. Ma soprattutto affinché non si faccia del premier un nuovo Wojtyla.

E si capisca – una volta per tutte – quanto è inutile aggredire senza misura l’avversario politico. Lo si capisca (troppo tardi) vedendo ritorcersi contro gli effetti di una politica malsana.

di Roberto Sassi, l’originale qui

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