riforme+italia+che+affonda+piccola Dopo la stagione degli insulti quella delle riforme
Dopo il grande successo di pubblico de La stagione degli insulti e dell’inconcludenza, il Teatro Stabile di Montecitorio è lieto di presentare La stagione delle riforme: finalmente qualcosa di impegnato per ristabilire le priorità del nostro Belpaese, ovvero giustizia giusta e tasche meno vuote.

Checché ne dicano i soliti criticoni potrebbe essere un bello spettacolo. Del resto le premesse e le promesse riconducono alla mutazione genetica (mi riferisco alla genesi e non ai geni) di questa Seconda Repubblica. A quanto pare ci voleva un lancio di statuetta piuttosto che un cazzotto o qualsiasi altra forma di violenza gratuita (per cui però qualcuno pagherà) per scatenare un’indicibile, irrefrenata voglia di correttezza, di san(t)ità politica. E sull’onda di questo processo di scotomizzazione dell’opposizione, giunge a riva – oltre a qualche rifiuto tossico – anche l’insperata distensione dei toni dialettici. Ad implementare questa voglia di bene, questa raffica di volemose bene, di facciamo del bene, di questo è bene-questo non è bene ci si mette pure un leghista. E se pure il leghista dentista di Bergamo e Ministro (semplice) della Semplificazione, Roberto Calderoli, contribuisce a calmare le acque e invita alla cooptazione, al coinvolgimento dell’opposizione nella discussione sulle riforme costituzionali, allora significa che qualcosa sta cambiando.

Il tentativo di riprendere i fili del dialogo viene da entrambe le parti, lo vediamo benissimo. Bisogna incoraggiare e caldeggiare una nuova stagione di riforme condivise”. Le modifiche necessarie non le possiamo fare in modo unilaterale, perche’ non e’ giusto e poi perche’ se sono supportate da una base piu’ larga e’ piu’ facile respongere l’assalto degli interessi particolari, delle lobby, della caste. Per me ora si puo’ fare un passo in avanti.

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Qualcuno dirà che stavolta non si deve essere polemici, che se per una volta cercano di andar d’accordo, lasciamoli provare. Ebbene, lasciamoli provare. Scurdammoce ‘o passato, per dirla in dialetto padano. Siamo pronti a metterci alle spalle tutto quello che è successo, pure le dichiarazioni nefaste di Antonio Di Pietro e le sparate dell’eurodeputato Borghezio. A patto, però, che tutte queste belle parole e serenate politiche si trasformino, pragmaticamente (e non sarà facile in stanze dove il pragmatismo è spesso trattato come un ospite inatteso), in realtà vivibili e tangibili, in riforme costituzionali condivise. Se questo avverrà, vorrà dire che ci sarà ancora speranza per la discussione utile, anche in Parlamento. Ma se alle chiacchiere seguiranno altre chiacchiere, finché poi decideranno pochi per tutti, se sarà così, forse accadrà quello che più d’uno ha paventato: calerà il sipario e s’aprirà il terzo atto di questa nostra vivace Repubblica.

Occorrono cautela e lucidità, dunque. Le stesse qualità che sembra dimostrare il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il quale auspica un cambiamento graduale e sincero da parte di tutti, affinché si restituisca debitamente l’esercizio del ruolo che al Parlamento spetterebbe.

Le problematiche del Paese richiederebbero il massimo di condivisione e di continuità nel tempo, anche al di là dell’alternarsi delle maggioranze politiche, perché sono in giuoco impegni e interessi nazionali di lungo periodo. Purtroppo, ancora non si vede in tal senso un clima propizio nella nostra vita pubblica, una consapevolezza comune a maggioranza e opposizione in Parlamento: che dovrebbe abbracciare egualmente l’aspetto del funzionamento e della riforma delle istituzioni.

Il rapporto tra governo e Parlamento, come rapporto funzionale e come cardine dell’equilibrio costituzionale presenta non da qualche anno ma da più legislature seri elementi di criticità, e si discute se e come lo si possa ridefinire in sede di riforma della Costituzione. E’ tuttavia un fatto innegabile che nel 2008-2009 il governo ha esercitato intensamente i suoi poteri, non ha trovato alcun impedimento, a nessun livello, a decidere e attuare tutti i provvedimenti che ha giudicato opportuni per reagire alla crisi finanziaria ed economica. E’ stato invece compresso – per le modalità adottate nel corso del tempo da parte di governi rappresentativi di diversi e opposti schieramenti – l’esercizio del ruolo del Parlamento.

Noi non possiamo far altro che sperare e, una volta tanto, fidarci. Del resto la democrazia è anche questo.

di Roberto Sassi, l’originale qui

 

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