The history book on the shelf is always repeating itself, cantavano gli Abba. Nel 2002 toccò a Tariq Aziz, Primo Ministro dell’Iraq di Saddam Hussein, farsi ricevere in pompa magna dal Vaticano e – quel che è peggio – dalle cariche istituzionali italiane (“Il mio amico Tariq”, lo definì spudoratamente un Roberto Formigoni che perse seduta stante tutta la mia simpatia). Poi, l’anno scorso, fu la volta di Mu’ammar Gheddafi, la guida della rivoluzione araba che, senza alcun titolo ufficiale, fa il capo di stato ad perpetuum, sostenuto da gruppi terroristi anti-israeliani e anti-americani come il “Settembre Nero” palestinese o l’”IRA” irlandese, ed è quindi accusato dalla CIA di aver sostenuto attentati in Sicilia, Scozia e Francia (quel Gheddafi di cui bastava una fotografia a mandare in escandescenza la Fallaci). Oggi è il turno di Aleksandr Lukašenko, Presidente della Repubblica Bielorussa che l’America di Condoleezza Rice qualche anno fa definì “la vergogna dell’Europa”.
La visita del nostro Premier qualche giorno fa a Minsk, ma soprattutto le manifestazioni di amicizia e stima, sono passate un po’ in sordina nonostante siano –aimè– tristemente preoccupanti. Berlusconi e Lukašenko hanno presenziato, bilateralmente, alla firma di un accordo tra Finmeccanica e il Governo bielorusso (con tanto di reciproci strumenti di ratifica per evitare la doppia imposizione a fini fiscali). Per suggellare il tutto, baci di andreottiniana memoria e un dossier del Kgb consegnato direttamente a Berlusconi relativo agli italiani prigionieri in Bielorussia durante la Seconda Guerra Mondiale, con la promessa di agevolare le adozioni internazionali una volta ottenute le garanzie del caso dalla Chiesa Cattolica (punto interrogativo).
Mi sarei aspettata un apriti-cielo, invece, tutto sommato, poco se ne parla (ma l’abitudine, si sa, è la peggiore delle malattie umane). L’Unione Europea con un secco no-comment chiude qualsiasi polemica, in perfetto stile Ponzio Pilato. “Il giudizio della Comunità sulla Bielorussia non cambia” ha fatto sapere Ludz Gullner, portavoce della neo-rappresentante per la Politica Estera Europea Catherine Ashton che – a quanto pare – preferisce non esporsi in prima persona: “Niente è cambiato da quando abbiamo esteso ad Ottobre 2010 le misure restrittive, peraltro già esistenti, nei confronti della Bielorussia”. Parafrasando DeAndrè, e l’Unione Europea che fa? Si costerna, s’indigna, s’impegna e poi getta la spugna con gran dignità.
Sul fronte di casa nostra un PD che si definisce perplesso ha preannunciato la presentazione di un’interrogazione parlamentare definendo, per bocca di Piero Fassino, la politica estera del PDL come “oscillante e confusa”. Ma a tenere il piede in due scarpe siamo usi dal Patto di Londra, e ad ogni modo staremo a vedere.
Solamente Emma Bonino, ex Ministro del Commercio internazionale, ha avuto il coraggio di parlare pane al pane e vino al vino, definendo l’azione di Berlusconi come “sdoganamento di dittatori”. In un intervista al “Fatto – Quotidiano” dello scorso 1 dicembre, infatti, alla domanda “Se lei fosse il Ministro degli esteri in visita in Bielorussia cosa direbbe a Lukašenko?” risponde: “No guardi, una visita bilaterale non sarebbe neppure ipotizzabile. Semmai si potrebbe immaginare qualche iniziativa solo in un contesto concordato e condiviso a livello multilaterale o europeo”.
Ma, se la classica voce fuori dal coro è necessaria a chi ama la Libertà, risulta del tutto azzerata quando il Ministro degli Esteri si dichiara soddisfatto del “rapporto speciale” che l’Italia ha istaurato con la Bielorussia. Una singolare relazione di cui non mi sembra ci sia molto d’andar fieri, sinceramente. Perché è tanto ladro chi regge la scala come chi entra in casa per rubare, diceva mia nonna, e ad andar coi fascisti si diventa fascisti (e va da sé che un Governo condannato sul piano internazionale dalle maggiori Organizzazioni per i Diritti Umani, e che minaccia di cacciare sull’Himalaya i suoi oppositori, agli occhi miei è un Governo fascista). Certo è, poi, che a definirsi liberali e a cianciar tanto di Libertà ci vuole un bel coraggio.





