L’anno scorso Brunetta aveva dichiarato, a sostegno della politica dei tagli al FUS, che “gli enti lirici sono centri di spesa inefficienti e clientelari”, suscitando le più accese rivendicazioni d’orgoglio del mondo dell’Opera. Rivendicazioni bipartisan, tra l’altro, che si scagliavano unicamente in una direzione: giù le mani dalla cultura (e va da sé che – su un’altra rivista libertaria – denunciai tempo addietro il carattere un po’ troppo populista di queste dichiarazioni). Perdonerete l’enfasi con la quale scrivo, ma da fervente melomane praticante quel che sta avvenendo oggi nei nostri teatri mi lascia, oltre all’amaro in bocca, un leggero senso di nausea.
Il Teatro dell’Opera di Roma – faccio un breve sunto per i non addetti ai lavori – aveva in cartellone (dicembre 2009) un titolo di repertorio come “Traviata”. Anzi, meglio, perché a leggere la locandina ti brillavano gli occhi e iniziavi mentalmente il conto alla rovescia: regia di Zeffirelli con Fabio Armiliato e debutto europeo per Daniela Dessì. Infatti i botteghini del Teatro son stati presi d’assalto da orde di appassionati fin da subito e già a gennaio (a gennaio!) trovar qualche posticino era impresa impossibile. Non fosse altro, solo pochi giorni fa, il Teatro rende noto che, così come era stata pensata, questa “Traviata” non s’ha da fare. Solamente una settimana prima dell’inizio delle prove dal sito vengon cancellati i nomi dei protagonisti. Indignazione unanime tra i loggionisti, c’è addirittura chi propone petizioni e chi fonda gruppi su Facebook (“Aridatece la Dessì” è lo slogan generale di un pubblico che – va detto – si sente imbrogliato). E davanti ad una conferenza stampa più allibita che sorpresa si scatena un Franco Zeffirelli che passa, con crescendo rossiniano, il limite della decenza e della buona educazione.
Circa le dichiarazioni sulla Dessì e Armiliato non mi esprimo – “Lei è una donna ben piazzata che non ha più la voce per cantare Violetta e deve smettere di imporre sempre il marito”. Va da sé che reputo, personalmente, la Dessì la più bella voce presente oggi nei nostri teatri e per la sua Violetta avrei fatto carte false. Queste allusioni le leggo, da melomane, come l’ennesima mania di grandezza di un regista che ha paura, più che altro, di venir adombrato e di passare in secondo piano. Se la Dessì avesse cantato “Traviata” sarebbe stata la sua “Traviata” e non certo quella di Zeffirelli (tra l’altro nell’allestimento ripreso da quello del 2007, quindi nuovo fino a un certo punto). Ma sorvoliamo, prima che mi venga di nuovo la febbre.
Per dare corpo al pensiero di Brunetta occorre vedere meglio ciò che giovedì scorso è avvenuto al Teatro dell’Opera di Roma. Zeffirelli attacca apertamente una giornalista locale (Livia Bidoli), rea di aver puntualizzato il parallelismo tra le vicende Marrazzo e Berlusconi (sesso, trans e escort che ricordano, appunto, la storia di Violetta o – quanto meno – l’ambiente nella quale questa si svolge). Una serie di improperi e volgarità, francesismi e insulti di cui c’è tanto di video su youtube (cercare per credere). Bonjour finesse. “Lei non ha cittadinanza!” è l’unica frase ripetibile, neanche il Teatro sia uno Stato indipendente, uno Stato assolutista, ça va sans dire, dove osar contraddire la visione classicista e tradizionalista è peccato assai grave. Zeffirelli difende a spada tratta Berlusconi, ma non è questo che infastidisce (ovviamente). E’ il tono di cui il Maestro sembra non preoccuparsi, come se a lui fosse tutto permesso, come se esser considerato uno dei più grandi ed apprezzati registi dei giorni nostri gli arrogasse il diritto di sparare a zero su chiunque. Cosa già avvenuta, aimè, per la Carmen scaligera di una settimana fa (“Il diavolo esiste”, con quel tocco di moderazione giusto per non esagerare).
E il tutto sembra non avere fine. Zeffirelli rincara la dose a Radio24: “Non accetto lezioni da una mascalzona stupida come questa, se la vedo la piglio a schiaffi e le sputo in faccia!” ad libitum. Evvia il pluralismo! Evviva la Libertà di stampa e di opinione! In fondo non stupisce… Zeffirelli è pur sempre quello che qualche anno fa uscì dall’Artemio Franchi di Firenze per recarsi dritto dritto in Questura a denunciare la Juventus che gli aveva rubato un rigore… Il folklore ce l’ha nel sangue.
Sembra metateatro, il teatro nel teatro che vive di sé stesso ed è un mondo a parte.
Invece è una delle verità del nostro paese: il non distinguere la realtà dalla finzione e la finzione dalla teatralità. L’Italia di oggi è un paese nel quale la politica è teatro (Borghezio che passeggia con un maiale al guinzaglio, le corna di Berlusconi nelle foto dei summit europei, Iva Zanicchi e Gabriella Carlucci, e cito solo le prime cose che mi vengon in mente) e il teatro è politica. Forse Brunetta non aveva tutti i torti, forse qualcosina bisognerebbe aggiustarla. Senza necessariamente riaprire l’odiosa questione dei tagli al Fondo Unico per lo Spettacolo (tagli che potrebbero esser fatti con un raziocinio migliore e magari più indipendente alle logiche di partito).
Occhi negli occhi, il teatro noi italiani ce l’abbiamo nel sangue. Se non l’abbiamo inventato l’abbiamo reso grande. Verdi, Donizetti e Puccini, Goldoni, Pirandello eccetera eccetera amen son tutti italiani. Il problema, però, è quando si trasporta questo way of life al di fuori: perché quando tutto diviene teatro niente è più serio. Se pensate a un Badoglio che si rifiuta di incontrare Eisenhower per decidere la strategia di liberazione nel 1943 perché “sono in pigiama” capirete di cosa parlo. E tutto questo ha delle ripercussioni improponibili anche alla rovescia: l’Arte troppo legata alla fazione politica rischia di perder in originalità e innovazione per acquistare un carattere ancillare che cozza visibilmente con la bellissima definizione di Kandisky “L’Arte è eternamente libera”.
Quando a Zeffirelli, largo ai giovani e le sue dichiarazioni si commentan da sole. Consentitemi di chiudere con stile, però, con una citazione dalla “Traviata” che cade a pennello: di sprezzo degno se stesso rende chi pur nell’ira la donna offende…
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Condivido l'articolo e le esagerazioni violente di Zeffirelli ma come ho già detto in occasione della sua favorevole presa di posizione nei confronti del microfono in Arena, comincio a pensare che vista l'età, forse fa fatica a vedere le cose in modo razionale. Poi volevo aggiungere che un Artista, come lui, che ha vissuto gran parte della propria vita nel mondo del Teatro, cercando di trasformare la finzione in realtà facilmente scambia la realtà con la finzione senza rendersene conto.
Claudio Giombi