Sembra dissolversi il dibattito intorno ai fatti di Rosarno. Sono bastati una puntata di Annozero, qualche giorno di servizi nei telegiornali, le immagini delle devastazioni. Ma nessuno che abbia preso in considerazione l’idea di sedersi ad un tavolo e cercare soluzioni concrete. Ecco, a distanza di un mese dalle violenze e dalle deportazioni (non possono essere chiamate altrimenti) degli immigrati, spostati da una parte all’altra del meridione, mi capita tra le mani il passo di un libro, in cui si richiama ai disordini avvenuti nel febbraio 2000 (esattamente dieci anni fa, dunque) nella cittadina andalusa di El Ejido. Sono andato a cercarmi su Corriere.it l’articolo, datato 8 febbraio 2000, in cui se ne parla. Ve ne propongo un estratto:Ieri El Ejido, cittadina a una trentina di chilometri da Almeria, sembrava lo scenario di un film del regista italiano, quando tutto è fermo, immobile, in un minaccioso silenzio nell’ attesa della resa dei conti finale. Negozi con le saracinesche abbassate, bar e uffici chiusi, le strade semivuote con la sola eccezione di uomini che si aggiravano apparentemente senza meta [...] La polizia in tenuta antisommossa ha respinto l’ assalto mentre altri manifestanti hanno eretto barricate in una via d’ accesso alla città, bloccando il traffico. Le forze dell’ ordine erano arrivate domenica a El Ejido per fermare la furia xenofoba antimmigrati della popolazione locale dopo l’ assassinio al mercato di una donna di 26 anni che aveva tentato di resistere a uno scippo ed era stata pugnalata da un giovane marocchino con disturbi mentali. L’ omicidio era il terzo nel giro di pochi giorni. [...] A El Ejido vivono circa 11mila stranieri, con i documenti in regola o clandestini, ed è la cittadina dove la percentuale di immigrati è più alta. Ha anche un tasso di criminalità nettamente superiore alla media spagnola e l’ immigrazione contribuisce. «El Ejido è una bomba a orologeria – dichiara Diego Martinez, giornalista a La Voz de Almeria -. La cronaca di questi giorni è cronaca di una realtà denunciata da almeno due anni. La popolazione locale e gli immigrati sono ai ferri corti e se non si fa qualcosa può essere molto pericoloso»
La presenza dei braccianti agricoli extracomunitari e le tensioni sociali che scaturiscono dalla convivenza tra loro e gli autoctoni sono tutt’altro che esclusive del nostro paese. Ad El Ejido ci sono 17.000 ettari di serre, e la manodopera straniera è fondamentale. Nella regione di Huelva, sempre in Andalusia, 45.000 operai (la cui maggioranza è extracomunitaria) lavorano alla raccolta delle fragole, che sono una risorsa economica enorme. I braccianti spagnoli, così come quelli italiani, costano troppo. I proprietari andalusi, così come quelli rosarnesi, pagano i braccianti maghrebini e senegalesi meno della metà di quello che pagherebbero ad un connazionale. La logica capitalistica è semplice: salari bassi, più guadagno. Ma le logiche (o meglio, i risvolti) sociali non guardano in tasca a nessuno. C’è da chiedersi quando qualcuno, in sede istituzionale, richiamerà l’attenzione nei confronti di una situazione esplosiva, di una situazione ampiamente europea.





