busi 300x258 Dissentire non e tradire Dissentire non è tradire, parola di Maria Luisa Busi.In realtà c’è ben poco da aggiungere. Quel che è accaduto in questi giorni fa al contempo ben sperare e vergognare. La speranza è quella che, forse, il Giornalismo italiano (il Giornalismo, cioè, che aveva abituato i nostri genitori a leggere un po’ di più i quotidiani del bel paese firmati da nomi quali Vergani, Montanelli, Biagi, Fallaci e cito solo i primi che mi saltan in mente) non sia definitivamente morto a vantaggio del pennivendolismo che tanto infuriava Pasolini. La vergogna è quella di sapere che quando qualcuno osa alzare la testa per difendere il pluralismo vede la sua battaglia lasciata all’informazione del passa-parola e non trova spazio in nessun telegiornale nazionale.

DISSENTIRE NON E’ TRADIRE. Con una lettera aperta al direttore del TG1 Augusto Minzolini, Maria Luisa Busi fa il punto della situazione. E lo fa con una lucidità e una razionalità unita ad un ottima forma grammaticale che mi ha sorpresa (quanto tempo era che non leggevo un articolo semplicemente ben scritto!). Lo fa senza cadere in sfoghi personali, in facili istrionismi o comode sfuriate che comunque sarebbero quantomeno giustificabili. È calma, ma è la calma della tigre che non ha più intenzione di stare al guinzaglio.
Riassumo per chi crede di informarsi attraverso il TG1 e quindi si sorbisce quintali di spazzatura mediatica, dal colore dello smalto che va per la maggiore quest’anno al novero dei consigli per scrivere un SMS nel minor tempo possibile. Maria Luisa Busi ha chiesto di essere sollevata dalla mansione di anchorwoman dell’edizione serale del TG1. Il motivo è pressoché detto: il primo telegiornale nazionale ha il dovere di rappresentare il pluralismo opinionista del paese e non può (leggi: non deve) allinearsi ad una sola visione sociale, non può (leggi: non deve) farsi portavoce di una sola campagna politica, non può (leggi: non deve) parlare attraverso una voce e basta.
Non all’altezza la risposta di Minzolini che, preso quasi alla sprovvista, liquida il tutto con un “Non mi piace chi dà giudizi usando la mimica facciale”, e ancora si sente il rumore delle unghie che graffiano il vetro. Fatto sta che l’Augusto direttore non è nuovo a questo genere di querelles: poco tempo l’epurazione toccò Tiziana Ferrario. Il suo telegiornale perde telespettatori alla velocità della luce, ma rimpinza di golose gags i programmi di satira.
DISSENTIRE NON E’ TRADIRE. Dissentire è la più sublime forma di disubbidienza sociale, la più nobile forma di Libertà che un Giornalista (un Giornalista che si voglia definire tale, almeno) deve rispettare e onorare come un religioso rispetta ed onora la parola di dio (ammesso che lo faccia). Dissentire significa saper andare contro corrente, dire cose a volte scomode e a volte fastidiose. Significa non fare il cagnolino che bau-bau scodinzola quando vede il padrone.
Non state ad ascoltare me, io importo ben poco. Leggete direttamente la lettere aperta della Busi (testo che potete trovare completo qui, non sul sito del Corriere della Sera che pubblica il link ma poi vigliaccamente rimanda ad un articolo che sintetizza e quindi non dà il giusto risalto). Vi invito a leggere direttamente la lettera della Busi perché la libertà di stampa è il primo tra i diritti liberali di un paese libero, è la proiezione collettivista della libertà di pensiero, è la garanzia stessa della Libertà considerata nella sua globalità. Senza pluralismo non si va da nessuna parte. O meglio, si va da una parte sola. Quella che nel 1945, però, pensavamo d’aver scongiurato.

di Claudia Osmetti

Pubblichiamo di seguito anche la lettera scritta da Maria Luisa  Busi al Direttore del TG1 Augusto Minzolini

Ti chiedo di essere sollevata dalla mansione di conduttrice dell’edizione delle 20 del Tg1, essendosi determinata una situazione che non mi consente di svolgere questo compito senza pregiudizio per le mie convinzioni professionali. Questa è per me una scelta difficile, ma obbligata. Considero la linea editoriale che hai voluto imprimere al giornale una sorta di dirottamento, a causa del quale il Tg1 rischia di schiantarsi contro una definitiva perdita di credibilità nei confronti dei telespettatori. Come ha detto il presidente della Commissione di Vigilanza Rai Sergio Zavoli: “La più grande testata italiana, rinunciando alla sua tradizionale struttura ha visto trasformare insieme con la sua identità, parte dell’ascolto tradizionale”.

UNA VOCE SOLA. Amo questo giornale, dove lavoro da 21 anni. Perché è un grande giornale. È stato il giornale di Vespa, Frajese, Longhi, Morrione, Fava, Giuntella. Il giornale delle culture diverse, delle idee diverse. Le conteneva tutte, era questa la sua ricchezza. Era il loro giornale, il nostro giornale. Anche dei colleghi che hai rimosso dai loro incarichi e di molti altri qui dentro che sono stati emarginati. Questo è il giornale che ha sempre parlato a tutto il Paese. Il giornale degli italiani. Il giornale che ha dato voce a tutte le voci. Non è mai stato il giornale di una voce sola. Oggi l’informazione del Tg1 è un’informazione parziale e di parte. Dov’è il paese reale? Dove sono le donne della vita reale? Quelle che devono aspettare mesi per una mammografia, se non possono pagarla? Quelle coi salari peggiori d’Europa, quelle che fanno fatica ogni giorno ad andare avanti perché negli asili nido non c’è posto per tutti i nostri figli? Devono farsi levare il sangue e morire per avere l’onore di un nostro titolo. E dove sono le donne e gli uomini che hanno perso il lavoro? Un milione di persone, dietro alle quali ci sono le loro famiglie. Dove sono i giovani, per la prima volta con un futuro peggiore dei padri? E i quarantenni ancora precari, a 800 euro al mese, che non possono comprare neanche un divano, figuriamoci mettere al mondo un figlio? E dove sono i cassintegrati dell’Alitalia? Che fine hanno fatto? E le centinaia di aziende che chiudono e gli imprenditori del nord-est che si tolgono la vita perché falliti? Dov’è questa Italia che abbiamo il dovere di raccontare? Quell’Italia esiste. Ma il Tg1 l’ha eliminata. Anche io compro la carta igienica per mia figlia che frequenta la prima elementare in una scuola pubblica. Ma la sera, nel Tg1 delle 20, diamo spazio solo ai ministri Gelmini e Brunetta che presentano il nuovo grande progetto per la digitalizzazione della scuola, compreso di lavagna interattiva multimediale.

DOV’É L’ITALIA? L’Italia che vive una drammatica crisi sociale è finita nel binario morto della nostra indifferenza. Schiacciata tra un’informazione di parte – un editoriale sulla giustizia, uno contro i pentiti di mafia, un altro sull’inchiesta di Trani nel quale hai affermato di non essere indagato, smentito dai fatti il giorno dopo e l’infotainment quotidiano: da quante volte occorre lavarsi le mani ogni giorno, alla caccia al coccodrillo nel lago, alle mutande antiscippo. Una scelta editoriale con la quale stiamo arricchendo le sceneggiature dei programmi di satira e impoverendo la nostra reputazione di primo giornale del servizio pubblico della più importante azienda culturale del Paese. Oltre che i cittadini, ne fanno le spese tanti bravi colleghi che potrebbero dedicarsi con maggiore soddisfazione a ben altre inchieste di più alto profilo e interesse generale. Un giornalista ha un unico strumento per difendere le proprie convinzioni professionali: levare al pezzo la propria firma. Un conduttore può soltanto levare la propria faccia, a questo punto. Nell’affidamento dei telespettatori è al conduttore che viene ricollegata la notizia. È lui che ricopre primariamente il ruolo di garante del rapporto di fiducia che sussiste con i telespettatori.

“SCODINZOLINI”. I fatti de L’Aquila ne sono stata la prova. Quando centinaia di persone hanno inveito contro la troupe che guidavo al grido di vergogna “scodinzolini”, ho capito che quel rapporto di fiducia che ci ha sempre legato al nostro pubblico era davvero compromesso. È quello che accade quando si privilegia la comunicazione all’informazione, la propaganda alla verifica. Un’ultima annotazione più personale. Ho fatto dell’onestà e della lealtà lo stile della mia vita e della mia professione. Dissentire non è tradire. Non rammento chi lo ha detto recentemente. Pertanto:
1) Respingo l’accusa di avere avuto un comportamento scorretto. Le critiche che ho espresso pubblicamente – ricordo che si tratta di un mio diritto oltre che di un dovere essendo una consigliera della Fnsi – le avevo già mosse anche nelle riunioni di sommario e a te, personalmente. Con spirito di leale collaborazione, pensando che in un lavoro come il nostro la circolazione delle idee e la pluralità delle opinioni costituisca un arricchimento. Per questo ho continuato a condurre in questi mesi. Ma è palese che non c’è più alcuno spazio per la dialettica democratica al Tg1. Sono i tempi del pensiero unico. Chi non ci sta è fuori, prima o dopo.
2) Respingo l’accusa che mi è stata mossa di sputare nel piatto in cui mangio. Ricordo che la pietanza è quella di un semplice inviato, che chiede semplicemente che quel piatto contenga gli ingredienti giusti. Tutti e onesti. E tengo a precisare di avere sempre rifiutato compensi fuori dalla Rai, lautamente offerti dalle grandi aziende per i volti chiamati a presentare le loro convention, ritenendo che un giornalista del servizio pubblico non debba trarre profitto dal proprio ruolo.
3) Respingo come offensive le affermazioni contenute nella tua lettera dopo l’intervista rilasciata a Repubblica, lettera nella quale hai sollecitato all’azienda un provvedimento disciplinare nei miei confronti: mi hai accusato di “danneggiare il giornale per cui lavoro”, con le mie dichiarazioni sui dati d’ascolto. I dati resi pubblici hanno confermato quelle dichiarazioni.

RISPETTO. Trovo inoltre paradossale la tua considerazione seguente: “Il Tg1 darà conto delle posizioni delle minoranze ma non stravolgerà i fatti in ossequio a campagne ideologiche”. Posso dirti che l’unica campagna a cui mi dedico è quella dove trascorro i weekend con la famiglia. Spero tu possa dire altrettanto. Viceversa ho notato come non si sia levata una tua parola contro la violenta campagna diffamatoria che i quotidiani Il Giornale, Libero e il settimanale Panorama – anche utilizzando impropriamente corrispondenza aziendale a me diretta – hanno scatenato nei miei confronti in seguito alle mie critiche alla tua linea editoriale. Un attacco a orologeria: screditare subito chi dissente per indebolire la valenza delle sue affermazioni. Sono stata definita “tosa ciacolante – ragazza chiacchierona – cronista senza cronaca, editorialista senza editoriali” e via di questo passo. Non è ciò che mi disse il presidente Ciampi consegnandomi il Premio Saint Vincent di giornalismo. A queste vigliaccate risponderà il mio legale. Ma sappi che non è certo per questo che lascio la conduzione delle 20. Thomas Bernhard in “Antichi Maestri” scrive decine di volte una parola che amo molto: rispetto. Non di ammirazione viviamo, dice, ma è di rispetto che abbiamo bisogno. Caro direttore, credo che occorra maggiore rispetto. Per le notizie, per il pubblico, per la verità. Quello che nutro per la storia del Tg1, per la mia azienda, mi porta a questa decisione. Il rispetto per i telespettatori, nostri unici referenti. Dovremmo ricordarlo sempre. Anche tu ne avresti il dovere.

Maria Luisa Busi

 

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