VERGOGNA, QUEL MOTTO FASCISTA IN VALTELLINA

164928 2773144 bliz scrit 11824163 medium 300x225 VERGOGNA, QUEL MOTTO FASCISTA IN VALTELLINALa Valtellina non assurge agli onori della cronaca quasi mai. Terra pressoché dimenticata da dio e dagli uomini, i cugini milanesi la ricordano solo quando comincia a far freddo e Bormio2000 (vanto nello sci internazionale tanto che Bode Miller qualche anno fa la definì una delle migliori piste al mondo) si imbianca di neve. Il due per cento dell’elettorato attivo della Lombardia non smuove gli equilibri politici e quindi è difficilmente sotto le luci della ribalta. Cristo si è fermato a Colico.

Così, quando qualche mese fa, sfogliando “La Repubblica”, mi sono ritrovata una foto con la facciata del Palazzaccio di Grosio, ci sono rimasta di sale come la moglie di Lot. Poi però ho pensato che tutto il mondo è paese. Perché riempire un paio di pagine della cronaca nazionale con lo scandalo provinciale della Comunità Montana di Morbegno dove i dipendenti utilizzavano le casse pubbliche come bancomat personali non è furbo, ma finire sul Corriere della Sera con la storia del Cedro di Piazza Campello difeso poi tagliato poi ricordato in elogi funebri lo è. Sic transit gloria mundi.

Chiariamo subito una cosa, io sono la persona meno indicata per scrivere queste due righe. E lo sono perché, valtellinese di nascita, toscana d’adozione, straniera per scelta, con Grosio non ci sono mai andata tanto d’accordo. Un po’ per celia e un po’ per quella stupida ed infantile guerra rionale che ha nome “campanilismo”. Sono nata qualche metro più a sud e quando sento parlare di Grosio storco automaticamente il naso pensando a quanto sia poco intelligente il mio comportamento ma tanté, è un riflesso incondizionato. Insensato come il pregiudizio, orgoglioso come il provincialismo.

Ma passiamo ai fatti. Nel 2004, l’allora sindaco, Italo Strambini fece recuperare un motto fascista, che era stato precedentemente tinteggiato, dalla facciata, appunto, del Palazzaccio di Grosio che durante il Ventennio ospitava le Bande Nere. “Bisogna essere forti nel coraggio mai voltarsi indietro quando una decisione si è presa ma andare sempre avanti”, stilisticamente un italiano anche abbastanza stentato, ignaro della punteggiatura quasi a sottolineare la foga delle convinzioni littorie. Lo scorso 25 luglio due ex partigiani (Giuseppe Rinaldi e Giuseppe Cecini – ironia della sorte, quest’ultimo sindaco del paesino valtellinese dal 1975 al 1980) ebbero l’ardire di commentare la scritta con un coraggioso VERGOGNA a caratteri cubitali e in vernice nera. Per tutta risposta la Questura di Sondrio ha pensato di indagare i due “nonnini partigiani” (ci siamo abituati a chiamarli così) per deturpamento e imbrattamento di cose altrui aggravato perché commesso su monumenti di interesse storico o artistico. Qualche settimana dopo il pericolosissimo raid, qualcuno si è disturbato a gettare una colata di vernice di un grigio tristezza bada bene solo sulla scritta VERGOGNA. Non passa che una manciata di giorni e qualcun altro nella notte spruzza vernice rossa sulla frase del duce. Sfida? Provocazione? Rivoluzione? Semplice noia? Pochi giorni fa la fine dell’epopea: la Soprintendenza dei beni culturali ha deciso che il motto rimane dov’è. Non s’è ben capita la sorte di quel vergognoso VERGOGNA, temo dovremmo aspettare la fine del processo penale in capo ai due nonnini verso i quali provo un’immensa simpatia.

Non intendo scrivere una filippica sulla Libertà di stampa e di opinione e sul diritto filosoficamente e umanamente e giuridicamente ineludibile di ognuno di noi a dire quel che pensa. E non intendo neanche ribadire che odio la censura con tutta me stessa, che mal sopporto qualsiasi imposizione, qualsiasi ipocrisia perbenista e qualsiasi conformismo morale. Ho sempre rispettato le idee di tutti, pur condividendole quasi mai, e sono fermamente convinta che “ai miei occhi, le società umane, come gli individui, diventano qualcosa solo grazie alla Libertà”, per dirla citando DeToqueville.

Per cui non mi schiero aprioristicamente con quelli che chiedono la soppressione del motto fascista dalla facciata del Palazzaccio di Grosio. Certo è che la riesumazione e lo sfoggio di uno slogan simile mi sembran di cattivo gusto, poco rispettosi, maleducati e non certo un vanto di intelligenza. Non ci vedo neanche nulla di storico o di artistico in quel metro quadrato di muro pittato di grigio scuro e scolpito con i letteroni squadrati che fanno a botte con la facciata dolce e discreta del palazzo e la graziosa piazzetta del Municipio, se proprio devo dirla tutta. Ma senza Libertà di opinione non c’è pluralismo quindi non c’è dibattito quindi non ci si può migliorare e andare avanti. Negli Stati Uniti, con una famosa sentenza del 1989, la Corte Suprema disse, in sostanza, che anche dar fuoco ad una bandiera americana non poteva esser considerato reato perché si trattava di una forma di manifestazione del pensiero tutelata quindi dal primo emendamento e dall’ottica della Libertà vista non come licenza ma come occasione di confronto e allora di progresso. Una delle sentenze più belle che abbia mai letto e sperato anche per il nostro paese.

Ed è proprio per questo motivo che non riesco a mandar giù l’azione di censura (occhi negli occhi signori, di questo stiamo parlando) che si sta abbattendo sui due ex partigiani rei solamente d’aver detto la loro e di aver ricordato alla provincia intera (e forse anche a quella parte d’Italia che sembra se ne sia dimenticata) che nel 1945 loro non stavano col ridotto della Valtellina e anzi lo combattevano. Rei agli occhi di una Questura che dovrebbe essere in altre faccende affaccendata e che però trova il tempo di indagare due vecchietti che comunque non mollano e minacciano altre forme di protesta. Rei di aver gridato senza se e senza ma un VERGONA a chi ciancia di Libertà e poi si dimentica che la Libertà non può essere mai a senso unico, non vale solo per qualcuno. La Libertà è assoluta. È bipartisan. Vale per tutti, non fa particolarismi, eccezioni, non è mai parziale, limitata o relativa. Altrimenti non è Libertà.

VERGOGNA.

di Claudia Osmetti per Radicalweb.org

 

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