La schizofrenia del potere ha una natura circolare e centripeta. È cosa nota che ripetizione ciclica e tendenza all’equilibrio siano strumenti necessari alla conservazione dello status quo: movimenti che producono e che si fanno regola. Non c’è regime che non fabbrichi un proprio caratteristico territorio retorico, che non circoscriva argomenti e parole lecite, difendendoli, anche a costo di sovvertire volontà e verità, da tutto ciò che è illecitamente detto o scritto. Si tratta di una questione di vita o di morte: da una parte, coloro che preservano lo stato delle cose, e quindi se stessi, attraverso il retoricume, il ping pong di casta, il balzano e stomachevole tiremmolla partitocratico; dall’altra, coloro che vorrebbero sovvertire vocabolario e voce per affermare il carattere aperto della politica.
In questo contesto, il divario che spesso si crea tra istanze della pubblica opinione e attività legislativa è da leggersi come del tutto funzionale alla sopravvivenza degli interessi privati dei partiti. Proprio andando contro ogni logica del buon governo, proprio grazie alla reticenza ad affrontare temi pur molto sentiti dai cittadini (ad esempio, la possibilità di scegliersi una fine dignitosa), l’apparato mette al sicuro la sua visione del mondo e rafforza la sua condizione di privilegio. Esercitando un potere legittimato dal voto popolare, il baraccone si prodiga affinché si affermi la legittimità della truffa morale, dello spettacolo circense e deldivertissement di Palazzo.
Così, non c’è da sorprendersi se la mozione di sfiducia che si voterà domani rischia di diventare un sex toy capace di soddisfare tutti o quasi, un espediente che può accontentare maggioranza e opposizioni. Come non c’è da sorprendersi se sono giustappunto quei parlamentari sicuri di non fare un’altra legislatura a trattare il proprio voto.
Marco Pannella conosce benissimo il sistema immunitario del regime. E sa che occorre dialogare fino all’ultimo, non già evidentemente per mercantilismo politico, bensì perché, laddove tutti hanno tracciato il percorso che porta direttamente a nuove elezioni e a nuovi rimborsi (finanziamenti) elettorali, sembra necessario far valere il principio secondo cui intra duobus malis, minor est semper eligendum.Prescindere adesso da un’attività dialogica, che metta sul piatto della bilancia i rischi di un naufragio governativo e di una deriva pre e post-elettorale, sarebbe perciò un grave atto di irresponsabilità.
Chiaramente, chi auspica e sostiene il ribaltone, con la stessa faccia di chi grida in anticipo all’ennesimo (?) voltafaccia radicale, agisce coerentemente alla propria natura e non può accettare alcuna forma di discussione; benché meno quando sente vicino il momento della destituzione di Re Silvio. Preferisce, come Il Fatto, parlare di trattativa e di compravendita; preferisce additare aprioristicamente i colpevoli. Quei voltagabbana, quelle mignotte della politica, quei traditori dei radicali. Del resto, l’offensiva reazionaria di chi vorrebbe tutti al loro posto, inquadrati nelle truppe degli anti Cav. di professione, si gioca anche sul terreno del “giornalaismo” inquisitore e partigiano.
Ma chiunque conosca, anche solo un poco, la storia del Partito Radicale non dovrebbe far fatica a capire ciò che si cela dietro le vicende di queste ore. Il perseverante tentativo di essere altro, di presentarsi come alternativa e di agire come alternativa, che è nelle parole di Pannella quando dice che «le scontatezze appartengono a tutta “la politica” italiana, e non solo. Mai, ripeto mai, a noi Radicali. Sennò non saremmo ancora qui».
Ecco, per questo spiace leggere tanti commenti di militanti e simpatizzanti che, sull’onda dell’impazienza e di istinti forcaioli tipici di certe sinistre, minacciano di allontanarsi dal movimento. A tutti loro mi sento di ricordare una cosa che ho imparato a Torre Argentina: imporre la strada è caratteristica dell’antidemocrazia partitocratica, cercarne una percorribile è prerogativa radicale.
di Roberto Sassi





