italia 290x290 Lossimoro dei 150 anni del Regno repubblicano dItaliaSi aprono quest’anno le celebrazioni per il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia. Festeggiamenti incoerenti e contraddittori che riflettono sicuramente questo benedetto-assurdo-bel-paese, per dirla citando Guccini. Festeggiamenti che mi ricordano il gusto tutto tricolore per le solenni ricorrenze e la baldoria festaiola di chi alla fine si rintana nel classico Francia-o-Spagna-purchè-se-magna.

So di essere pedante, pignola e saccente. Forse anche un po’ arrogante e sicuramente presuntuosa. Lo ammetto, e me ne scuso in anticipo. Ma ad esser cattedratici e boriosi spesso se ne guadagna in cultura e senso critico, cioè in Libertà. La Libertà che è revisionismo e dissenso e disubbidienza civile. Quindi, visto che a raccontar la storia in maniera diversa dalla versione ufficiale che ci propinano al liceo i professori (ammesso che esistano ancora) si viene tacciati d’esser fascisti perchè è proibito, io me ne frego.

Il Regno d’Italia è stato proclamato nel 1861, cioè 150 anni fa. Bene. Lo stesso Regno d’Italia si è concluso nel 1946 a seguito del referendum istituzionale. Questo significa che il Regno d’Italia non esiste più da 65 anni. Non si tratta neanche revisionismo storico, ma di semplice matematica. Comunque, anche se ammettessimo una sorta di continuità tra il Regno e la Repubblica (che sarebbe come accettare una logica connessione tra l’Inter e il Milan nel calcio europeo, e dio-ce-ne-scampi), sorgono non pochi dubbi in merito alla territorialità del festeggiato. Mi spiego: l’Italia del 1861 non corrisponde nemmeno geograficamente all’Italia attuale. Mantova, il Veneto e il Friuli occidentale sono stati annessi nel 1866. Il Lazio e Roma a seguito della Breccia di Porta Pia nel 1870. Il Trentino, l’Alto Adige, Gorizia, il Friuli orientale, Trieste, Zara e Carnaro solo nel 1919, ossia dopo la prima guerra mondiale. Questi territori, mi chiedo, che fanno? Festeggiano in differita tra 5, 9 e 58 anni? Ha senso celebrare i 150 anni di unità di non-so-bene-che-parola-usare sapendo che 150 anni fa la sua capitale non ne faceva parte?

Ma c’è chi svia il discorso affermando che questa celebrazione è solo un pretesto per festeggiare l’unificazione della “nazione”, termine giuridicamente inteso come comunanza di sentimenti di appartenenza e di adesione alla medesima terra e cultura. Nello stesso anno che si è aperto con un Bossi di nuovo in prima linea a sbraitare “O-federalismo-o-morte”, parafrasando D’Annunzio. Per cui mi vien spontaneo sorridere come si fa di fronte alle boiate innocenti dei bambini.

Ma di che Unità stiamo parlando, signori? Anche quando allungo lo sguardo ad una cartina politica che ci vede colorati tutti allo stesso modo mi vengon solo in mente le parole di Giorgio Gaber: questa-democrazia-che-a-farle-i-complimenti-ci-vuole-fantasia. Non mi sembra ci sia granchè da festeggiare. Anzi, credo che se Garibaldi avesse potuto vedere come ci siamo ridotti, quel giorno a Castelfidardo avrebbe disertato. Davvero i nostri nonni han rischiato e perso la vita nel Carso e a Novara e a Solferino e a Mentana per garantire a noi un pluralismo che è assenza di interesse e una democrazia che è compravendita elettorale? In nome di che ideale Silvio Pellico ha vissuto il carcere di Spielberg, Mazzini l’esilio a Londra e Massimo D’Azeglio la dissertazione torinese? Non di certo per un’Italiuccia che non parla correttamente neanche la sua stessa lingua, che non conosce il suo inno nazionale e se lo conosce è talmente ignorante da non sapere che si dice stringiamoci-a-coorte e non stringiamoci-a-corte perché si tratta di due concetti ben diversi e che ricorda d’esser una nazione solo quando ci sono i Mondiali di calcio.

Io sono italiana. Sono italiana perché parlo e scrivo in italiano. Perché penso in italiano. Perché quando sono all’estero mi riempie d’orgoglio sentire la mia lingua nelle arie della Tosca o della Traviata. Perché sono fiera di discendere da Leonardo da Vinci e da Dante Alighieri e da Alessandro Manzoni e da Pietro Micca. Perché sono nata qui e, bene o male, questa è la mia casa. Ma essere italiana non significa vivere con i paraocchi di chi pensa che vada tutto bene e che basti l’aberrazione di 150 anni di storia comune per far una nazione. Dopo la Terza Guerra d’Indipendenza Garibaldi disse: “Ora che abbiamo fatto l’Italia dobbiamo fare gli italiani”. E forse non ci siamo ancora riusciti.

Claudia Osmetti per Radicalweb.org

 

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