Il Foglio di ieri titolava a grandi lettere che, per sbloccare la ridicola situazione parlamentare (ma più ampiamente politica) cui stiamo assistendo, sarebbe imminente una iniziativa straordinaria del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Ammesso che sia vero, viene spontaneo chiedersi: che vuol dire “iniziativa istituzionale straordinaria”? Del resto, conosciamo tutti più o meno bene i vincoli che regolano l’azione del capo dello Stato, e non facciamo fatica a capire che siamo di fronte perlomeno ad una contraddizione in termini. Per intenderci, una iniziativa istituzionale del presidente o è ordinaria oppure non è.
Se poi, nell’enfasi giornalistica ferrariana, per straordinario si intende la convocazione dei presidenti delle due Camere, è opportuno ricordare al Foglio che non c’è nulla di anomalo e che si tratta di qualcosa che è già avvenuto in questa incerta legislatura (nel novembre scorso, l’ultima volta). Se invece ci si riferisce ad un comunicato, magari anche con toni più forti del solito, che manifesti l’indignazione (un ulteriore apporto alla teoria dell’indignazione hasseliana?) e la preoccupazione per gli sviluppi giudiziari e parlamentari degli ultimi mesi, siamo ancora nella pura e semplice normalità – a meno che il buon Giorgio non impazzisca e assuma toni golpisti, cosa che tendo ad escludere. Infine, sebbene sia una ricorrente fantasia erotica della sinistra (e forsanche per questo razionalmente rifiutata dal quotidiano di Ferrara), la straordinarietà dell’iniziativa non si può immaginare minimamente in una forzatura della faccenda da parte di Napolitano e nel relativo scioglimento delle Camere. Soltanto certo giornalismo all’acqua di rose può pensarlo e scriverlo. Come è noto, infatti, affinché il presidente sia nella facoltà di sciogliere Camera e Senato, occorre che si formalizzi una crisi di governo (improbabile al momento, visto che Berlusconi non sembra voler cedere il passo e che Bossi gli rimane apparentemente fedele); dato che Napolitano non è Scalfaro, la questione mi pare risolversi da sé.
L’unico strumento cui il presidente può seriamente e legittimamente affidarsi è quella “moral suasion” (o se preferite, “dissuasion”) che sta riscuotendo grande successo nella pubblicistica nostrana, ma che finora ha provocato ben pochi effetti. Forse la sua intenzione è proprio quella di continuare sulla vecchia strada, onde evitare un ulteriore innalzamento della tensione. In tal caso ci sarebbe ben poco di straordinario. Probabilmente, al Quirinale sanno che un pubblico richiamo all’ordine con relativa diffida morale (?) potrebbe essere la famosa goccia per diverse ragioni. Per prima cosa, darebbe a Bossi un ulteriore incentivo a creare una crisi di governo per andare alle urne; in secondo luogo, l’opposizione trarrebbe un po’ di nutrimento oltre a quello di boccassiniana natura e cercherebbe di affondare, almeno per una volta, il colpo; in ultimo, offrirebbe al terzo polo la possibilità di appellarsi ancora più decisamente all’autorevolezza del capo dello Stato e al senso delle istituzioni.
Ad ogni modo, questa iniziativa istituzionale straordinaria non sembra poter essere niente più che un normale e legittimo ennesimo richiamo alla ragionevolezza. Con la variante che le reazioni, nel già precario equilibrio della legislatura, stavolta possono essere davvero imprevedibili
di Roberto Sassi





