Gheddafi 290x233 I ratti di Gheddafi che indignano i benpensanti finti rivoluzionariL’abitudine è la peggiore della malattie umane (cit.) perché per abitudine accettiamo qualsiasi prepotenza, ci facciamo piacere quello che non ci garba, smettiamo di stupirci e quindi di indignarci. È per abitudine che diventiamo indifferenti, disinteressati, rassegnati. Finiamo per dire sempre di sì e ci dimentichiamo di quella splendida virtù che ha nome “contestazione”. Per abitudine subiamo passivamente il mondo e gli altri.

Per abitudine ci siamo assuefatti ad un Italietta che strizza l’occhio alla Libia di Gheddafi con l’incoscienza di una puttana e la leggerezza di un buffone. Ci siamo abituati a schiere di politici che ricevono il Muammar in pompa magna, gli baciano l’anello, si profondono in infiniti salamelecchi in quella tenda da accampamento che onorano più di un tempio sacro. Quasi siano intimiditi dal Rais, quasi siano imbarazzati dal passato che ci lega alla ex colonia (le colpe dei padri ricadono sui figli finchè questi lo permettono). Quasi siano in soggezione per le partecipazioni libiche in Unicredit, Finmeccanica, Retelit, Juventus, Fiat, Olcese, Mediobanca, Eni. Quasi siano spaventati di finire letteralmente alla canna del gas.

Gheddafi è uno squilibrato, un dittatore, un terrorista sostenuto da gruppi anti-israeliani e anti-americani come il “Settembre Nero” palestinese o l’”Ira” irlandese. È stato accusato dalla CIA di esser coinvolto in attentati in Sicilia, Scozia e Francia, ha finanziato Arafat nelle sue campagne antisemite. Ha guidato, e guida tutt’ora, un regime sanguinario che pur di mantenere il potere assoda mercenari per sterminare il suo popolo, per reprimere i ribelli che manifestano per la Libertà. Gheddafi è un pazzo pericoloso, come ha scritto Concita DeGregorio sull’Unità qualche giorno fa.

Il problema è che non eravamo abituati a vederlo in questa luce. La maggior parte degli italiani si è svegliata in questi giorni con il sospetto che, forse, il colonnello tanto amico del Premier, quello a cui piace girare scortato da un esercito di amazzoni succinte, non sia proprio una brava persona. Servono migliaia di morti ammazzati per aprire gli occhi alla gente. Pardon, migliaia di ratti, per citare il discorso ufficiale del Muammar, armati di razzi forniti dall’America e dall’Italia. (Accusa caduta nel dimenticatoio, tanto per dire quanto sia incisivo Frattini alla Farnesina).

Il problema è che a cianciare di indignazione di fronte alle fosse comuni son capaci anche i sassi. È informarsi prima e crearsi una coscienza critica ed autonoma che dura fatica. È fare i rivoluzionari quando tutto va bene, quando la gente abbassa la testa e non vede o fa finta di non vedere perché gli conviene, che stanca. È avere il coraggio di dire pane al pane e vino al vino che è difficile. Quello-è-un-dittatore, quello-è-un-terrorista indicando l’amico che il Presidente del Consiglio tratta con i guanti neanche fosse un amante tradito. Anche perché gridare allo scandalo, sdegnarsi e sputare sentenze pseudo-liberali solo ora per lavarsi una coscienza che è più sporca di quella cosa che ci ostiniamo a chiamare politica democratica è troppo facile. Di fronte ai crimini di una dittatura, se si vuole trovare i colpevoli basta guardarsi allo specchio.

Eppure voci fuori dal coro ce ne sono state parecchie. Una su tutti: Oriana Fallaci. Il Corriere della Sera, qualche giorno fa, ha pubblicato l’intervista che nel 1979 fece a Gheddafi.  “L’Italia è un paese capitalista, classista e colonizzato dagli americani”, aveva dichiarato in quell’occasione il capo di Stato libico che senza alcun titolo ufficiale fa il sultano ad honorem di Tripoli. La Fallaci non lo sopportava, dava in escandescenza se lo vedeva anche solo in fotografia. In un intervista a Charlie Rose, per la televisione americana Bloomberg, disse apertamente e senza mezzi termini che quando andava a intervistare Gheddafi andava ad incontrare un nemico, sì, un bastardo. “He’s the most stupid of all” – È il più stupido di tutti.

Claudia Osmetti per Radicalweb.org

 

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