L’intervento militare autorizzato ed attuato dalla comunità internazionale può rivelarsi idoneo ad esportare la democrazia nei paesi martoriati da dittature e privazioni delle libertà fondamentali? E’ una domanda che mi sono posto spesso in questi giorni, caratterizzati dagli incessanti aggiornamenti sul conflitto libico . Più che interrogarmi sul merito della discesa in campo della coalizione internazionale contro la dittatura di Gheddafi, che ( pur dal sottoscritto non apprezzata ) può, per certi versi, ritenersi legittimamente supportata da persuasive ragioni politiche, strategiche ed emotive, ho provato a riflettere sull’efficacia della strategia che punta sull’uso della forza bellica per pervenire alla democratizzazione dei popoli. Negli anni cinquanta ci hanno provato gli Stati Uniti in Corea, nei decenni successivi la situazione si è ripetuta, con i medesimi impietosi risultati, in Cambogia e contro il regime comunista del Vietnam del Nord. In seguito è stata la volta dell’ Iraq di Saddam Hussein con Bush senior, della Somalia delle tribù in lotta, del Kosovo della pulizia etnica, dell’Afghanistan dei talebani, ed ancora dell’Iraq con la seconda guerra del Golfo. Ora è il turno della Libia del colonnello Gheddafi, già attaccata invano negli anni ottanta e negli ultimi due decenni nutrita dai Governi occidentali con una complicità miope e criminale. L’esperienza storica novecentesca e del primo decennio del nuovo millennio pare insegnare che la democrazia sia insuscettibile di esportazione: la guerra produce altra guerra, il sangue invoca altro sangue, la dittatura (ove abbattuta) difficilmente è sostituita da democrazia, mentre molto più spesso in Paesi dalla scarsa predisposizione alla prassi democratica sono il disordine, l’ incertezza e nuova violenza a prevalere sulla ragione. Ovviamente spero di cuore che in Libia la situazione assuma contorni e pervenga ad esiti totalmente diversi : me lo auguro ( pur non avendo alcuna fiducia nel metodo bellico quale strumento di diffusione della libertà ) per l’inerme popolazione bombardata dai caccia del colonnello, per tutti i giovani, gli studenti e gli uomini e donne coraggiosi che stanno sacrificando la propria vita per un futuro libero. Preferirei ,però, che fosse la maturità del popolo di Tripoli a dettare i tempi di una democratizzazione volontaria e non coatta, persuaso dell’idea che le nazioni debbano nascere per consenso e non per imitazione di modelli altrui, nè per impulso di rivolte scientemente sollecitate da”interessatissimi” Stati terzi (nel caso di specie la Francia di Sarkozy) .
Mentre rifletto sull’effettiva portata di una logica militaristica a me già da un decennio poco gradita, quella neo-con tornata in auge nelle ultime settimane, che fa della “prevenzione” il proprio punto di forza, un interrogativo, però, continua ad assalirmi: quando cadranno le prime bombe sull’ Iran in possesso di armi di distruzioni di massa e sul colosso comunista cinese? La strategia di esportazione della democrazia, se vuole essere realmente credibile, non può permettersi il lusso di trovare applicazione a macchia di leopardo, vale a dire contro i deboli soltanto, nella complice tolleranza dei soprusi dei forti. Riuscirà l’Occidente, che ha già fallito in Corea,Vietnam, Iraq, Somalia ed Afghanistan, ad imporre la democrazia a colossi politici fondati sull’illegalità, sull’inciviltà, sulla dilagante barbarie ? O, come con la non irresistibile Libia di Gheddafi, preferirà stringerci patti d’amicizia, di fratellanza e di vigliacca collaborazione?
Saluti libertari






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Il problema, secondo me, è a monte. Abbiamo veramente il diritto di “esportare” la democrazia? E dalla mia ottica libertaria la risposta è: no. La democrazia e la libertà non possono essere imposte come le tasse e le sanzioni dell’ONU perchè se non lotti per loro sono parole vuote e nulla più. La democrazia è solo un sistema di governo tra tanti sistemi di governo. Si, è il migliore che in 2000 anni di storia il mondo occidentale è stato in grado di creare, ma è ben lungi dall’esser perfetto. E se vuole esser coerente con se stesso deve lasciar liberi gli altri sistemi di autodistruggersi come credono, semmai difendersi quando viene attaccato in prima persona ma non fare della Libertà lo scudo di interessi di carattere economico. Mi viene in mente il “paradosso della tolleranza” di Popper: una società tollerante deve necessariamente non essere tollerante verso gli intolleranti altrimenti detta la sua fine, ma con tutti gli altri deve esser tollerante finchè questo è possibile.
Oggi, sul “The guardian” inglese Peter Preston ha scritto un articolo bellissimo nel quale ha posto una domanda molto significativa: Is democracy only the cult of suddenly deaf – La democrazia è solo il culto dei sordi improvvisi?