C’è qualcosa di (relativamente) nuovo sul fronte occidentale. Si chiama Ron Paul, è candidato alle primarie repubblicane negli Stati Uniti ed è un libertario vecchio stampo, di quelli irriducibili come non ne fanno più. Di quelli che parlano senza peli sulla lingua, pane al pane e vino al vino. Di quelli che sono indipendenti dalle mere logiche partitocratiche e quindi votano secondo coscienza e non per convenienza. Di quelli che ci piacciono e tornano a far sognare anche un vecchio “cuore che si è ammalato nel paese delle libertà”, per dirla citando DeGregori.
Non è mia intenzione proporre la storia personale del Nostro su queste pagine. Chi fosse interessato a vita-morte-e-miracoli del ginecologo texano può spulciarsi Wikipedia, la biografia di Paul è sostanzialmente completa e dà un’idea generale del personaggio che sta mettendo in difficoltà Romney e Santorum.
Ad esser sinceri Ron Paul non è un volto nuovo di Washington. Ha corso da indipendente anche nel 1988 e fa politica dal 1976. La stampa europea non gli ha mai concesso troppe attenzioni, ma forse in passato non se ne sentiva la necessità. Forse oggi qualcosa è cambiato. Forse nel 2012 Ron Paul rappresenta soprattutto un barlume di speranza. Una bandiera di quel libertarianismo che nasceva nella Scuola Austriaca e cresceva con Rothbard e che oggi esiste ancora. Esiste e spaventa i benpensanti conservatori tanto da cercare di trascinare il suo ultimo esponente nel tritacarne dei media e dei giornali. Ma si sa, si parla (male) solo di chi è sufficientemente famoso e in grado di stare nell’occhio del ciclone.
E visto che Paul non è implicato in nessun scandalo sessuale (vedi Herman Cain), non ha alle spalle nessun divorzio da copertina rosa (vedi Newt Gingrich), non si è mai immolato per la più che discutibile causa della supremazia eterosessuale (vedi Rick Santorum), e non salta da una posizione all’altra per salvarsi sistematicamente il posto da deputato (vedi Mitt Romney) le accuse piovono gratis e si risolvono in polveroni più chiacchierati che minacciosi.
Ron Paul è un uomo religioso che crede nella laicità delle istituzioni, anzi crede nella laicità e basta perché un vero libertario le istituzioni le malsopporta. È un non-interventista antiguerrafondaio che si è sempre, sempre, schierato contro la guerra. È il “Dottor No” a stelle e strisce che difendela Costituzionecon il coltello tra i denti, ed è un membro onorario del Republican Liberty Caucus, l’organizzazione politica libertaria che promuove i diritti umani, limita il potere dello Stato e si batte per una libera iniziativa economica.
Ma agli occhi del conservatorismo intransigente e bigotto della peggiore America, Ron Paul diventa un semplice omofoba. Un antisemita, un antisionista e un’isolazionista. Un nemico dello Stato. Nel migliore dei casi un “paleoconservatore camuffato” (parola del Cato Institute). L’America e le sue contraddizioni, forse. Oppure l’America e la paura di un rinnovamento veramente libertario.
E allora apriti cielo. Qualche settimana fa son saltate fuori vecchie newsletter degli anni ‘90 in cui Paul dà sfoggio della sua più alta virtù, l’essere completamente politically scorrect (leggi l’esser un razzista senza precedenti). Le frasi degli scandali sono poco più che battute a dirla con sincerità, ma in politica e in guerra tutto è lecito. E tutto è utile, tutto è manipolabile, tutto è fraintendibile se serve a garantirsi un punto in più per la corsa.
È vero, forse Ron Paul non ha molte chances concrete di arrivare alla Casa Bianca. Convinto oppositore della corrente Neocon, è troppo distante dal repubblicano medio, abituato alla propaganda militarista di Bush e (già) all’incoerenza politica di Romney (l’altra faccia di Obama, qui lo dico qui lo nego). Ma sicuramente rappresenta una possibile spina nel fianco per l’elefantino rosso della politica d’oltre oceano.
A me riporta alla mente le elezioni presidenziali del 1992, quantomeno. Le elezioni che videro la vittoria di Bill Clinton alla sua prima mandata elettorale. Il presidente democratico in quell’occasione ottenne solo il 43% dei voti (ben lontano quindi dalla maggioranza assoluta). George H. Bush padre, invece arrivò al 37,5%. Il resto delle preferenze (escluso un irrisorio 0,6% di astenuti) andò a Ross Perot, candidato del cosiddetto Third Party, il terzo partito a stelle e strisce, un indipendente texano (proprio come Paul) che guadagnò la fiducia del 18,9% degli americani, per la maggior parte repubblicani.
Carlo Lottieri dell’Istituto Bruno Leoni ha risposto così a chi gli chiedeva quali potessero essere veramente le conseguenze dell’affermarsi del pensiero pauliano nella tornata elettorale che deve venire: “L’America tornerebbe ad essere l’America: una terra di libertà e speranza per gli uomini liberi, per quanti non credono che la violenza sia un metodo civile, per quanti rigettano ogni forma di socialismo, coercizione, tassazione”.
Noi in Italia siamo fiduciosi, vivala Libertà, and the Revolution continues…!
Claudia Osmetti






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