NIGERIA: IL DIFFICILE EQUILIBRIO INTERNO E L’ASSENZA DI YAR’ADUA
L’assenza prolungata del presidente Yar’Adua (nella foto) – che si trova in Arabia Saudita da novembre per curare una non ben definita cardiopatologia – sta provocando malumori in Parlamento, alimentando bramosie negli oppositori e fastidi tra gli alleati. Il susseguirsi di voci sul suo stato di salute ha tentato di delegittimare la sua carica, che era stata ribadita il 27 gennaio scorso proprio dal Parlamento, il quale aveva sostenuto che Yar’Adua era «nelle condizioni di governare» il paese. Solo qualche giorno dopo la confermata fiducia, però, il ministro dell’Informazione Dora Akunyili aveva redatto un documento in cui chiedeva le sue dimissioni, trovando appoggio nei governatori dei 36 Stati nigeriani, che avevano chiesto in coro al Presidente di rivedere la propria posizione. Domenica 14 febbraio il Parlamento ha consegnato d’ufficio i pieni poteri presidenziali al vicepresidente Goodluck Jonathan, che di fatto subentra a Yar’Adua. In molti hanno già espresso i loro dubbi sulla legittimità della decisione parlamentare, e quindi sulla validità della carica di Jonathan. Tra le altre cose, la regola non scritta che assegna in modo alternato la presidenza al nord mussulmano ed al sud cristiano subisce, in questo modo, una forte scossa. Jonathan è infatti un ijaw originario del Bayelsa, Stato che si trova nella regione del Delta del Niger. Resta quindi da capire a chi spetterebbe la prossima presidenza, visto che le elezioni del 2011 sono tutt’altro che lontane. Mentre all’interno del PDP sale la tensione, e potrebbe innescarsi un meccanismo di frammentazione assai pericoloso (che renderebbe ancora più precaria la già critica politica parlamentare), nel sud del paese ha ripreso a farsi sentire il Mend (Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger), che si è reso protagonista di sabotaggi e attacchi nei confronti dei pozzi petroliferi presenti nell’area. L’assenza di Yard’Adua, infatti, interrompe anche quei tentativi di negoziato con i ribelli, che prevedevano l’amnistia e aumenti nella distribuzione del denaro proveniente dalla produzione di petrolio agli stati produttori. Alcuni hanno visto nel subentro di Jonathan alla presidenza una possibile riapertura del dialogo. Del resto il neopresidente è originario della regione del Delta, e dovrebbe essere – almeno etnicamente – più sensibile alle istanze dei ribelli. Jomo Gbomo, portavoce del Mend, ha subito smorzato l’ottimismo, facendo sapere che il gruppo collaborerà col governo nigeriano soltanto se saranno soddisfatte le richieste avanzate riguardo il controllo locale delle risorse energetiche.
Nel frattempo la vita politica nigeriana prosegue coi suoi ritmi e i suoi appuntamenti, in particolare quelli elettorali. L’ultima vicenda elettorale ha visto protagonista lo Stato di Anambra, roccaforte dell’etnia igbo nel sud-est del paese e ottavo stato più popoloso della Nigeria, dove, il 6 febbraio scorso, il governatore uscente Peter Obi è stato dichiarato vincitore dall’INEC (Indipendent National Electoral Commission), battendo ben 24 altri candidati. Irregolarità nello spoglio dei voti e ritardi nel trasporto delle schede elettorali hanno evidenziato, ancora una volta, quanto sia accidentata la strada per la democrazia nel piccolo Stato, e fanno apparire le dichiarazioni rilasciate dal neopresidente Jonathan ancora più stonate e lontane dalla realtà. In una nota, Jonathan, ha infatti dichiarato che «le elezioni debbono avere il marchio indelebile della credibilità, dobbiamo prenderle molto seriamente e insistere affinché il voto, espressione dell’elettorato, rappresenti l’arbitro finale». Le elezioni presidenziali del 2007 rappresentano un esempio significativo, ed una importante testimonianza circa la scarsa legalità entro cui solitamente si svolgono le consultazioni elettorali nel Paese africano. Tra infinite polemiche di ordine legalitario e scontri a fuoco, esse sancirono la vittoria del candidato del PDP Umaru Musa Yar’Adua, che con il 70% dei voti (l’affluenza fu appena del 58%, contro il 64,94% del 2003) si aggiudicò la vittoria, battendo gli altri due maggiori candidati, Muhammadu Buhari(18%) e Atiku Abubakar(7%). Quello che allora provocò l’ira degli sconfitti, ancor più che la scontata vittoria del PDP, fu il netto divario – un caso unico nella storia elettorale nigeriana, considerando che l’ex presidente Obasanjo, pur molto popolare, fu eletto col 61,88% – maturato in condizioni di assai dubbia legalità. L’uccisione di alcuni agenti di polizia nello Stato di Nassarawa e il tentativo fallito di far saltare in aria il quartier generale della commissione elettorale ad Abuja dànno, qualora ce ne fosse bisogno, l’idea di una democrazia fittizia pronta ad esplodere al primo inceppo. Il momento del voto condensa istanze etnico-politiche, oltreché religiose, destinate ad infrangersi contro il muro dell’illegalità, o a vincere a mani basse grazie a questa. Anche la recente storia elettorale dello Stato di Anambra sembra lasciar poco spazio a speranze democratiche. Nel 2003, l’INEC dichiarò vincitore Chris Ngige, ai danni proprio di Peter Obi, candidato dell’APGA (All Progressive Grand Alliance). In seguito ad una controversia legale, il 15 marzo del 2006, la Corte d’Appello riassegnò la vittoria ad Obi. Sottoposto a procedura di impeachment sei mesi dopo, abbandonò la carica di governatore per difendersi dalle accuse. Fu reintegrato nel febbraio del 2007, per poi lasciare ancora il 29 maggio dello stesso anno, in seguito ai risultati delle elezioni di aprile, che avevano decretato la vittoria di Andy Uba. Quindici giorni dopo, la Corte Suprema riassegnò ancora una volta la vittoria a Obi, annullando i risultati delle precedenti consultazioni. La rielezione del politico quarantottenne – per cui si prospettano altri quattro anni di governo – segna dunque una sostanziale continuità politica, il cui equilibrio non può certamente considerarsi inattaccabile, e la cui sopravvivenza non può dipendere esclusivamente dal voto popolare. Per il momento sembra essere scongiurato l’annullamento del risultato elettorale. The Anambra State Public Officers and Elders Forum (ASPOF) ha invitato gli altri candidati ad accettare la vittoria di Obi, soprattutto nell’interesse di uno Stato che negli ultimi undici anni ha vissuto turbolente vicende politiche.
di Roberto Sassi, tratto dal sito della rivista “Eurasia”. L’originale qui.
STRAGE IN NIGERIA: SCONTRI TRA MUSULMANI E CRISTIANI
Se nella civile Italia settentrionale un eurodeputato può contrastare la costruzione di una moschea, facendo camminare sul terreno prescelto (atto comunque violento e provocatorio) un impuro maiale, a Jos, città della Nigeria centrale, le armi sembrano essere l’unico modo per risolvere le controversie di tipo religioso. Sono 192 le vittime degli scontri che hanno visto protagonisti cristiani e musulmani nel quartiere a maggioranza cristiana di Nassarawa Gwom. Nella città, capitale dello Stato di Plateau, e nella vicina Buruku è stato imposto il coprifuoco anche per le ore diurne, in attesa che cessino le violenze.E’ una strage che purtroppo non sorprende, quella che sta avendo luogo, e che ha un precedente altrettanto drammatico nel massacro del novembre del 2008, quando quasi quattrocento persone persero la vita negli scontri avvenuti dopo le elezioni locali. Questa volta a scatenare le violenze è stata la decisione di innalzare una moschea in un quartiere a maggioranza cristiana, e il relativo trasferimento dall’area, per ragioni di sicurezza, di circa tremila cristiani. Così l’agenzia Reuters ha battuto, nel pomeriggio, la notizia:
“Domenica sera abbiamo seppellito 19 morti e 52 ieri. Ce ne sono al momento altri 78 in moschea da seppellire”, ha detto al telefono a Reuters il funzionario che sta organizzando le sepolture di massa a Jos. Novanta persone sono rimaste ferite nei violenti scontri, ha aggiunto il funzionario. La polizia locale ha imposto un coprifuoco di 24 ore, mentre cerca di evitare il ripetersi di disordini tra musulmani e cristiani che nel novembre 2008 causarono centinaia di vittime. Residenti riferiscono di sparatorie sporadiche e di numerose case in fiamme. La Nigeria ha circa lo stesso numero di cristiani e di musulmani, anche se la religiosità ha tradizionalmente un sostrato amnistia. Oltre 200 gruppi etnici convivono pacificamente nella parte occidentale del Paese, tuttavia un milione di persone sono state uccise nel corso di una guerra civile tra il 1967 e il 1970 e da allora scoppiano sporadici scontri religiosi.
L’OBAMA MILITARISTA CHE NON CI PIACE: LA VERITA’ SULLO YEMEN
E’ un Obama sul piede di guerra quello del post volo Amsterdam-Detroit. Palesemente scosso dal fallito attentato, che avrebbe potuto rigettare gli Stati Uniti e l’opinione pubblica nel panico seguito all’11 settembre, negli ultimi giorni il Presidente statunitense ha sfoderato un piglio decisionista e interventista degno dei predecessori Bush padre e figlio. La mannaia pare dover calare sullo Yemen, considerato l’artefice dello sventato pieno terroristico. Proveremo ora a descrivere la situazione politica yemenita per interpretare un pò meglio il perchè di questo atteggiamento militarista.
Lo Yemen dopo l’11 settembre , preoccupato di ripetere l’errore di schierarsi ideologicamente contro l’Occidente durante la prima guerra del ha deciso di cooperare alla lotta antiterrorista. Nel tentativo melodrammatico di farlo, però, ha sempre tentato di assecondare il più possibile le attese di una popolazione tribale e poverissima e di un’élite politica particolarmente sensibili all’antiamericanismo di Al Qaeda, optando per una condotta ondivaga e cerchiobottista, che ha consentito da un lato di evitare di diventare un bersaglio degli Stati Uniti e anzi di conquistarne l’amicizia, dall’altro di tenere lontane rappresaglie interne . La Comunità internazionale ha premiato il governo con l’aumento degli aiuti economici, con un atteggiamento di favore della Banca Mondiale e con l’avvio di progetti di sviluppo in varie regioni del Paese. Nel frattempo, per preservare gli equilibri interni, alle personalità delle tribù religiose sono stati garantiti incarichi e ruoli importanti nelle strutture statali. Per “soddisfare” le pressioni occidentali però è stato necessario trovare un nemico interno da sacrificare, e la scelta è ricaduta sulla «Gioventù credente», che viene accusata di essere finanziata dall’Iran e di essere vicina ad Hezbollah. Il gruppo, certamente antiamericano ma in origine estraneo ad atti terroristici, diventa oggetto di una campagna militare senza precedenti. L’offensiva contro la Gioventù Credente ha inizio il 18 giugno 2004 , presso i confini con l’Arabia Saudita. La violenza degli scontri determina migliaia di morti, sia tra i militari, che tra i ribelli, e gravi eccidi ai danni anche di civili, nonchè la morte del capo dei ribelli Al-Huthi. Ma era la Gioventù Credente il vero problema per la sicurezza? La risposta è tristemente negativa. Il Governo Yemenita ha sacrificato i giovani ribelli per poter continuare ad offrire protezione ai veri terroristi, quelli di Al-Qaeda, organicamente inseriti nelle strutture dello stato, nonchè sistematicamente tutelati e protetti dallo Stato. Pare sussista, anzi, un vero patto tra il Governo corrotto di Sahed e l’ideologo egiziano di Al-Qaeda Ayman al Zawahiri: lo stato concede protezione, passaporti e impunità ai guerriglieri di al Qaida che si muovono nello Yemen, e in cambio ottiene oramai da quasi un lustro aiuto militare contro i ribelli del Nord. Il gioco viene scoperto dagli Stati Uniti, che “offesi” richiedono e ottengono l’autorizzazione di effettuare una serie di attacchi, continuati fino al 17 dicembre 2009, contro cambi di addestramento di presunti terroristi.
Quale sarà la prossima mossa? Il militarismo di Obama ha come scopo principale quello di spaventare il Governo Yemenita e di costringerlo a rompere i rapporti tenuti in maniera doppiogiochista con Al-Qaeda. Se così non avverrà anche Obama, capo di una superpotenza che si è fatta per anni prendere sonoramente in giro dal governo corrotto dello Yemen e che ha armato le truppe di questo stato contro l’agnello sacrificale di una inoffensiva “Gioventù Ribelle” sciita, si avventurerà in una guerra preventiva come il predecessore Bush. Con buona pace del tanto decantato New Deal…
di Carmelo Impusino
LE SOMALIE DIMENTICATE
Da mercoledì 23 dicembre il centro di Mogadiscio è teatro di scontri a fuoco tra i combattenti di Hizbul Islam e il contingente governativo composto da militari somali e quelli dell’Unione Africana. Si parla di quindici morti e oltre trenta feriti, di cui la maggior parte sono civili. Già il 3 dicembre scorso le immagini dell’attentato ad una festa di laurea (in cui avevano perso la vita circa venti persone, tra cui quattro ministri) avevano fatto il giro del mondo, ripresentando fortemente l’infernale situazione di una terra dilaniata dalla guerra civile e dal terrorismo islamico. L’attentato sembra infatti ricondurre all’azione degli shebab, gruppo islamico vicino ad Al Qaeda e forte oppositore del governo. Questa notizia ha riportato la realtà somala sotto i riflettori, mostrando ancora una volta la cruenta guerra che si sta combattendo. Ma la verità è che la storia del paese africano è misconosciuta dai più. Tutti conoscono la colonizzazione italiana cominciata negli anni ottanta dell’Ottocento, qualcuno sa che (dal 1969 al 1991) c’è stata la dittatura di Siad Barre, altri ricordano gli scontri successivi alla sua caduta e il ritiro del contingente statunitense, in seguito al fallimento della missione UNOSOM.
Per questo, una breve e poco pretenziosa cronistoria non farà certo male a nessuno. Nel 1995, dopo la terribile battaglia di Mogadiscio, l’Onu decise che non si poteva far più nulla, lasciando così tutto nelle mani dei Signori della Guerra. Questi imperversarono nel paese fino al 2006, quando furono sconfitti dalle Corti Islamiche, perdendo di fatto il controllo di Mogadiscio. A quel punto il governo si trasferì a Baidoa (250km dalla capitale) trovando il sostegno della forza militare etiope. Nel 2007, vista la drammatica situazione, gli Stati Uniti e l’Unione Africana decisero di inviare le proprie truppe in soccorso di quelle somalo-etiopiche, permettendo di riprendere così il controllo dell’antica capitale. L’anno successivo gli scontri non erano terminati, né tanto meno si erano attenuati. I soldati etiopi continuarono a scontrarsi con i combattenti islamici nelle strade di Mogadiscio finché, nel giugno del 2008, si giunse ad un accordo tra il governo somalo, una parte dell’opposizione e l’Etiopia. Naturalmente questo non bastò per pacificare il clima, per disarmare i ribelli.
Da allora fino ad oggi c’è sempre stato qualcuno che ha combattuto qualcun altro. Ci sono stati migliaia di morti tra i civili, scontri ogni giorno, attentati kamikaze, esecuzioni sommarie, stupri. Tutti gli atti ignominosi che una guerra civile porta con sé. La notizia dei quindici morti, dunque, è contestualizzata: in Somalia non s’è mai smesso di sparare. Dal 1991 non s’è mai smesso di combattere per il controllo di uno stato tra i più poveri del Mondo. Signori della Guerra, Corti Islamiche, Governo Provvisorio sono entità bellicose e inconciliabili. Lo dimostrano i tentativi falliti di pacificare e unificare il paese. Galmudug, Maakhir, Northland, Puntland sono stati autonomi all’interno del territorio somalo. E se si considera il Somaliland (autoproclamatosi stato indipendente dal 1991), il quadro è completo. La frammentarietà del territorio rappresenta il dramma della verità: l’inesistenza di uno stato e la presenza del caos.
A testimonianza riporto qui di seguito un estratto del reportage che Enzo Biagi scrisse nel ’92 per il Corriere della Sera. Parole anche crude nel racconto di chi la guerra e il disastro umano li ha visti coi propri occhi. Testimonianza che, anche se datata, non perde il suo valore. Non lo perde perché – ed è drammatico constatarlo -, a distanza di diciassette anni, nulla sembra essere cambiato. Tranne il fatto che non se ne parla quasi più.
Gli antichi egizi dicevano che questa «è la terra degli dei», e un amico che quaggiù visse, nei «giorni del colonialismo», che ha combinato anche porcherie, ma mai quanto la libertà , mi racconta che allora l’aria profumava di gelsomino. E una principessa inglese, all’inizio del secolo, scriveva che l’ Africa «vi mette le mani addosso, e una volta avvinti dal suo tocco magico, non si può più dimenticarla» . Forse quella signora era una grande romantica: Mogadiscio adesso è avvolta da un olezzo che opprime, materie che si decompongono, cose che marciscono, merda. Hanno rubato anche le tubature, non sono capaci di aggiustare le pompe dei pozzi e il liquido che riescono a raccogliere abbonda di magnesio che agisce da lassativo su disgraziati già afflitti dalla diarrea. Merda ovunque. Non c’è una casa che non sia stata colpita dai mortai, o scheggiata dalle raffiche; altro non ho visto, non ricordo un cane o un gatto, e le belle ville che alloggiavano i ricchi bananieri, i diplomatici, i facoltosi mercanti, sono demolite o svuotate: mattonelle, cessi, condutture elettriche, tutto si compera, tutto si vende. Dice un proverbio di queste parti: «Chi ha un fucile domani comanderà»
RELEASE LIU XIAOBO: LIBERTA’ PER IL DISSIDENTE TIBETANO
Il governo di Pechino ha scelto accuratamente il giorno di Natale per processare l’attivista per i diritti umani (che per il regime, naturalmente, è solo un dissidente) Liu Xiaobo. La scelta rispecchia la politica dell’insabbiamento e del tacitamento che caratterizza la Repubblica Popolare Cinese: l’obiettivo è quello di far passare inosservata la sentenza. Principale accusa imputata all’uomo è quella di sovversione contro i poteri dello stato. La vicenda ce la racconta brevemente Corriere.it:Era stato fermato dalla polizia un anno fa, poi portato in un luogo sconosciuto e arrestato formalmente solo nel giugno scorso. La colpa di Liu sarebbe stata quella di aver diffuso su internet documenti e appelli contro il regime cinese, in particolare di aver diffuso la Carta 08, un documento firmato da 300 personalità in cui si chiede al governo cinese di rispettare i diritti umani, attuare riforme politiche e garantire l`indipendenza del potere giudiziario.
Jiang Yu, portavoce del Ministero degli Affari Esteri, ha dichiarato che gli appelli di alcune ambasciate per il rilascio dell’attivista sono un’inopportuna ingerenza nelle faccende del governo cinese. Del resto nel paese di Mao non si transige sull’incitamento alla sovversione contro il potere dello Stato, e ci s’infervora se qualche democrazia occidentale protesta. Questo crimine è stato inserito nel codice penale cinese nel 1997 e se ne fa un abbondante uso contro attivisti-dissidenti nonviolenti che manifestano per la difesa dei diritti umani. Tra gli imprigionati con questa accusa c’è anche Hu Jia, vincitore del premio Sakharov 2008, condannato a tre anni e mezzo di prigione per aver pubblicato sul web alcuni articoli sull’assenza e la necessità della democrazia in Cina.
Per tutti questi argomenti è giusto, anche nel giorno di Natale, che l’informazione dia risalto a questa storia. Ed è bene che anche il mondo dei blog presti attenzione a quello che succede entro i confini cinesi, soprattutto in materia di diritti umani.
LUKASENKO: FROM BELARUS, WITH LOVE …
The history book on the shelf is always repeating itself, cantavano gli Abba. Nel 2002 toccò a Tariq Aziz, Primo Ministro dell’Iraq di Saddam Hussein, farsi ricevere in pompa magna dal Vaticano e – quel che è peggio – dalle cariche istituzionali italiane (“Il mio amico Tariq”, lo definì spudoratamente un Roberto Formigoni che perse seduta stante tutta la mia simpatia). Poi, l’anno scorso, fu la volta di Mu’ammar Gheddafi, la guida della rivoluzione araba che, senza alcun titolo ufficiale, fa il capo di stato ad perpetuum, sostenuto da gruppi terroristi anti-israeliani e anti-americani come il “Settembre Nero” palestinese o l’”IRA” irlandese, ed è quindi accusato dalla CIA di aver sostenuto attentati in Sicilia, Scozia e Francia (quel Gheddafi di cui bastava una fotografia a mandare in escandescenza la Fallaci). Oggi è il turno di Aleksandr Lukašenko, Presidente della Repubblica Bielorussa che l’America di Condoleezza Rice qualche anno fa definì “la vergogna dell’Europa”.
La visita del nostro Premier qualche giorno fa a Minsk, ma soprattutto le manifestazioni di amicizia e stima, sono passate un po’ in sordina nonostante siano –aimè– tristemente preoccupanti. Berlusconi e Lukašenko hanno presenziato, bilateralmente, alla firma di un accordo tra Finmeccanica e il Governo bielorusso (con tanto di reciproci strumenti di ratifica per evitare la doppia imposizione a fini fiscali). Per suggellare il tutto, baci di andreottiniana memoria e un dossier del Kgb consegnato direttamente a Berlusconi relativo agli italiani prigionieri in Bielorussia durante la Seconda Guerra Mondiale, con la promessa di agevolare le adozioni internazionali una volta ottenute le garanzie del caso dalla Chiesa Cattolica (punto interrogativo).
Mi sarei aspettata un apriti-cielo, invece, tutto sommato, poco se ne parla (ma l’abitudine, si sa, è la peggiore delle malattie umane). L’Unione Europea con un secco no-comment chiude qualsiasi polemica, in perfetto stile Ponzio Pilato. “Il giudizio della Comunità sulla Bielorussia non cambia” ha fatto sapere Ludz Gullner, portavoce della neo-rappresentante per la Politica Estera Europea Catherine Ashton che – a quanto pare – preferisce non esporsi in prima persona: “Niente è cambiato da quando abbiamo esteso ad Ottobre 2010 le misure restrittive, peraltro già esistenti, nei confronti della Bielorussia”. Parafrasando DeAndrè, e l’Unione Europea che fa? Si costerna, s’indigna, s’impegna e poi getta la spugna con gran dignità.
Sul fronte di casa nostra un PD che si definisce perplesso ha preannunciato la presentazione di un’interrogazione parlamentare definendo, per bocca di Piero Fassino, la politica estera del PDL come “oscillante e confusa”. Ma a tenere il piede in due scarpe siamo usi dal Patto di Londra, e ad ogni modo staremo a vedere.
Solamente Emma Bonino, ex Ministro del Commercio internazionale, ha avuto il coraggio di parlare pane al pane e vino al vino, definendo l’azione di Berlusconi come “sdoganamento di dittatori”. In un intervista al “Fatto – Quotidiano” dello scorso 1 dicembre, infatti, alla domanda “Se lei fosse il Ministro degli esteri in visita in Bielorussia cosa direbbe a Lukašenko?” risponde: “No guardi, una visita bilaterale non sarebbe neppure ipotizzabile. Semmai si potrebbe immaginare qualche iniziativa solo in un contesto concordato e condiviso a livello multilaterale o europeo”.
Ma, se la classica voce fuori dal coro è necessaria a chi ama la Libertà, risulta del tutto azzerata quando il Ministro degli Esteri si dichiara soddisfatto del “rapporto speciale” che l’Italia ha istaurato con la Bielorussia. Una singolare relazione di cui non mi sembra ci sia molto d’andar fieri, sinceramente. Perché è tanto ladro chi regge la scala come chi entra in casa per rubare, diceva mia nonna, e ad andar coi fascisti si diventa fascisti (e va da sé che un Governo condannato sul piano internazionale dalle maggiori Organizzazioni per i Diritti Umani, e che minaccia di cacciare sull’Himalaya i suoi oppositori, agli occhi miei è un Governo fascista). Certo è, poi, che a definirsi liberali e a cianciar tanto di Libertà ci vuole un bel coraggio.
di Claudia Osmetti
CHAVEZ E LA CAMPAGNA DI COLOMBIA
A parte qualche piccola ANSA, da noi non se ne parla, indaffarati come siamo tra il pupazzo del Grande Fratello, la gravidanza della Gelmini e il business delle uova per l’influenza A. Quindi, “diamo spazio al TG1”…
Sembrerebbe che il presidente velezuelano Hugo Chavez abbia minacciato la Colombia, rea di aver deciso che sul suo territorio gli Stati Uniti d’America possano istallare delle basi militari per coordinare operazioni antidroga e antiterrorismo. (Invio di altri militari all’estero che cozza un po’ con il recente Nobel per la Pace ad Obama, ma sorvoliamo). La minaccia di Chavez non è una quisquilla, tra l’altro: “Non perdiamo tempo, prepariamoci alla guerra, anzi aiutiamo la gente a prepararsi alla guerra. È il modo migliore per evitarla!”. Come dire: per evitare di perdere una gamba, amputiamoci direttamente prima di assicurarci che sia malata.
La Colombia è corsa ai ripari, comunque. Il governo di Alvaro Uribe avverte che si recherà al Consiglio di Sicurezza dell’ONU (e ora sì che non abbiamo di che preoccuparci). Velasquez, portavoce del governo di Bogotà ha dichiarato: “La Colombia non farà un solo gesto di guerra nei confronti della comunità internazionale, e men che mai di paesi fratelli. L’unico interesse che ci muove è quello di battere il narcoterrorismo che per tanti anni ha colpito i colombiani”. “Uribe non è un politico, viene dal mondo del paramilitarismo, del narcotraffico, degli affari ed è capace di qualunque cosa. È un uomo molto pericoloso che non ha né principi morali né etici”, ha subito contrattattaccato Chavez, che a settembre, giusto per star tranquillo, aveva acquistato dalla Russia missili con una gittata di 300 chilometri.
Insomma, l’atmosfera che si respira oggi in SudAmerica non è delle migliori, ha quel retrogusto di guerra fredda che ricorda un po’ troppo la crisi missilistica di Cuba del 1962 e un po’ troppo poco (per quelli che credono in Chavez) la Rivoluzione d’autunno del 1917.
Al di là della lotta all’imperialismo che può essere più o meno condivisa e forse giustificata (e certo c’è chi lo fa), le mosse del Venezuela non sono in alcun modo appoggiabili. La reazione sembra, sinceramente, sproporzionata (senza contare che viola il principio cardine del diritto internazionale, cioè la sovranità nazionale entro i confini dello Stato). Il leader venezuelano ha escluso, infatti, la possibilità di riaprire un dialogo con la Colombia e quella di accettare una mediazione esterna (cioè del Brasile di Lula).
Vero è che nelle zone attigue al confine Venezuela-Colombia son stati scoperti importanti giacimenti di Coltran, probabilmente di petrolio e forse di uranio che forse allo zio Sam interessan un po’ di più della cocaina colombiana… Ma la guerra preventiva sulla presunzione di un dato che si dà per assodato dovrebbe ricordare qualcosina, e comunque non giustifica in alcun modo l’utilizzo di guerriglia come quella marxista della Fuerzas Bolivarianas de Liberación che ha il fastidioso vizietto, tra l’altro, della “purificazione sociale”. Senza contare che 8 venezuelani su 10 rifiutano la possibilità di un conflitto armato con la Colombia e il 60% è in disaccordo con le dichiarazioni di Chavez.
Forse l’ONU dovrebbe attivarsi, per una volta, prima che la frittata internazionale sia fatta, prima che una guerra porti al diastro due paesi già abbastanza disastrati sul piano economico. Forse l’ONU dovrenne mostrare, almeno una volta, il coraggio di porsi a difesa del diritto della Colombia a vendersi a chi vuole. Che ora, dal mio radicato libertarismo, mi sembra una delle più sublimi Libertà.
di Claudia Osmetti






